Storia invisibile di una piccola lumaga

C’era una volta una piccola lumaga, in tutto simile a una piccola lumaca tranne che per una letterina che la rendeva unica, speciale.
Le sue magie erano meravigliose e utilissime, ma erano anche lente, mooolto lente, così lente che quando i loro effetti incominciavano a vedersi, nessuno si ricordava più chi era stato a rendere possibili tante cose buone.
Così, la piccola lumaga non riceveva mai un ringraziamento, un complimento, una lode… eppure, non smetteva di fare magie per il bene di tutti. A volte, addirittura, per il bene di quelli che sarebbero vissuti dopo di lei e che lei non avrebbe neanche conosciuto, per quanto avrebbero impiegato i suoi lentissimi incantesimi ad avverarsi. E neppure reclamava, la piccola lumaga, per quella totale mancanza di riconoscimenti.
Tutti pensavano fosse una semplice, piccola lumaca, e tale, d’altra parte, era il suo aspetto. Nessuno seppe mai di aver conosciuto, al contrario, una portentosa piccola lumaga. E questo, forse, fu il suo prodigio più grande.

Nota dell’autore
Il lettore accorto non avrà potuto fare a meno di individuare la morale di questa storia. Si sbaglia.

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Michele aveva un collo

La paura è una cosa nota che cambia di segno. Michele gettava la testa all’indietro, quando rideva. Erano molte le cose che lo facevano ridere, spesso piccole, alcune minuscole o divertenti solo per lui. La gettava all’indietro, la testa, quasi con violenza, ma perché dico quasi? Con violenza, come volesse affermare il suo diritto all’ilarità con un atto ostentato, imponendolo all’attenzione del mondo. Un mondo che era fatto di me e di un esiguo gruppo di amici. E io lo amavo, Michele, anche per quella sua testa gettata all’indietro, per quello sconquassamento per niente comune. Lo amavo come una pazza. E se dico che lo amavo anche per quello è per non risultare pazza del tutto dicendo che lo amavo solo per quello.
Una notte, però, mi svegliò di soprassalto la sicurezza di non amarlo più, che interpretai correttamente molto dopo: sul momento pensai di non ricordare un incubo appena interrotto. E invece avevo ricordato, ma non era un incubo e invece lo era e non me ne resi conto.
Qualche giorno prima, andando via dal cinema – io guidavo e lui era seduto dietro di me, con noi un amico e un amico dell’amico – aveva riso a quel modo ricordando una scena del film che stavamo guardando fino a un quarto d’ora prima. Era l’unico a ricordarla. Michele era alle mie spalle, ma conoscevo talmente bene il movimento del suo collo, quando rideva a quel modo, che ne potevo avvertire i piccoli spostamenti nell’aria. Lo vedevo senza vederlo mentre voltando a sinistra rischiavo di investire un pedone. Smise di ridere e disse una parola che non capimmo, iniziava con un suono gutturale e finiva con una vocale aperta. Poi riprese a parlare davvero: quel momento passò quasi inosservato verso il pub dentro una conversazione a quattro.
Dopo aver parcheggiato, un attimo prima di scendere, mentre sproloquiava di regia e fotografia e montaggio e colonne sonore, l’avevo guardato dallo specchietto come altre venti volte durante il tragitto, con la sola differenza che in quell’ultimo caso lo sguardo non era stato intenzionale: un incrocio di traiettorie interrotto prima della coscienza.
Questo avevo ricordato: la sua voce allegra e chiara ma nello specchietto il collo ancora rovesciato che mi guardava dal pomo d’Adamo e un altro sguardo che mi indagava dalle narici espanse sopra la minaccia dentale dell’arcata superiore.
In quel granello di tempo continuo decrepita a vivere, e vorrei essere il mio funerale.

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Lungimiranza

Lo scoperchiamento del colle avviene. Se ne conoscono i dettagli: da Tarquinio il Superbo a oggi, passando per assedi e papi, avviene a 579 metri sopra il livello del mare, appena al di sotto delle prime mura.
È sempre di notte: una notte di tenebra fitta che isola il paese di poche luci e parole al centro di una distesa cieca. Rimane sospeso, a vicoli tesi.
Dal lago di Canterno arriva ordinata una caligine: si dispone attorno all’altura a bordarne l’opercolo. Lo solleva quel tanto che basta a introdursi discreta tra le pietre e la mucida minuta vegetazione. Con la stessa discrezione lo lascia ricadere, senza un suono che svegli. Solamente una scossa muta, di caduta improvvisa, immaginata nel sonno.
Fumone è a parte dell’opera, non la nega e non la ostenta. Sospetta nel colle una cavità di pignatta senza fondo. Si sveglia all’alba sapendosi strumento: contenitore.
Perfino i bambini, se un curioso da fuori s’informa del fatto, rispondono con una sentenza popolare – impavidi, a guardarli negli occhi, o precoci commedianti – che da sempre, lì, si fanno provviste per l’inferno.

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Questo racconto fa parte della serie inedita “Esterni”.

Draghi

Altrove resiste intatta, ancorata nel nome apertura, una porta di altro tipo. Per sentirne la presenza, laggiù, è necessario uno spostamento di sguardo che indichi un giustapporsi di traiettorie prima ignorate.
Si passerà attraverso deserti, boschi gremiti di belve, piogge che fiaccheranno e geli che irrigidiranno, malattie e incantesimi che ritarderanno, sposseranno e distrarranno. Si farà tutto questo dall’interno di un autofraintendimento.
Quando infine, stremati e disperati, non sapremo di essere giunti davanti alla porta, qualcuno aprirà, dall’altra parte, e in quel momento realizzeremo di non essere l’ottuso cavaliere in battaglia che un sogno di pessimo gusto ci ha infilato in testa: riconosceremo nel drago che avremo di fronte un nostro simile; la battaglia che avremmo voluto ingaggiare tornerà a essere danza; fortissimi, sputeremo fuoco per una cena condivisa e confonderemo le squame nel sonno, frastornati dalla scoperta che due code possono intrecciarsi o essere la stessa.

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Questo racconto fa parte della raccolta inedita “Le regole di questi mondi”.

Arianna

Andare sempre da un luogo a un altro con la sensazione di qualcosa di rotto, che qualcosa si sia rotto, che qualcuno abbia rotto qualcosa, di aver rotto qualcosa. Dover riempire le crepe. Acquistare i materiali adatti, farseli consigliare da una persona che non è qui. La persona non è mai qui. La persona non è qui per definizione. Andare da un luogo a un altro con la sensazione che la persona non sia qui e qualcosa di rotto. Stavolta partiamo dalla fine: questa sensazione doveva stare in fondo e invece l’abbiamo dichiarata subito. Animo in pace, dunque, e seguiamo quest’uomo che sta riprendendo il filo, o meglio sta inseguendo il filo perché ha deciso di riprenderlo; quest’uomo che, fra pozzanghere di contro, continuamente alimentate, è pur in grado, intorno a questa pioggia interna, dentro questa pioggia eterna, fra queste buche di senso mai riparate, di compiere un tragitto di trecento metri – la sua discesa in pensieri brulli e incompleti – fino al bar. L’oggetto che ha in mano si chiama bicchiere; questo, che ora tocca con un gomito, è un bancone; una banconota è tra le dita dell’altra mano; nelle orecchie entra quel che si dice canzone: è bella; ciò che si muove dietro il bancone è conosciuto ai più come ragazza o donna: si tratta di un animale della stessa specie di quest’uomo. Un gesto della mano, dimostrativo, a indicare una nozione acquisita. Quest’uomo si mostra le cose, lo possiamo osservare da qui: se le presenta come si fa con qualcuno che s’incontra per la prima volta. Da qui si ripropone un orientamento. Eppure, al contempo, ogni giorno quest’uomo ha un elemento in più dell’altra cosa, di ciò a cui sta tornando, a cui ha scelto di tornare, una scelta costruita in alcune settimane, filamento per filamento: tornare a una cosa che non è mai stato. Essere il terzo lampione a destra partendo dal fondo della strada, questo è lo scopo. Stare lì, lampione: una cosa che si può rompere senza averne la sensazione. Eppure, al contempo, quest’uomo ha immaginato un racconto leggendone un altro. Il racconto si svolge su una spiaggia. Per qualche motivo gli abitanti del racconto non possono entrare in acqua. Non è un’imposizione, non è un divieto. Piuttosto una condizione naturale. Nel mondo di questo racconto incompiuto, che quest’uomo ha pensato dopo aver deciso di tornare a essere il terzo lampione a destra partendo dal fondo della strada, con la sensazione di qualcosa di rotto e che la persona non sia qui per definizione, in questo mondo vero come quest’altro, dunque, le persone non s’immergono mai. Di più, non entrano mai in contatto fisico con l’acqua. La pioggia non esiste. La riva, con la sua prima linea di gocce, è una soglia che non si può oltrepassare. I mondi, in quel mondo, sono separati. Il filo esiste. Le persone lo fanno passare da un orecchio all’altro e trascorrono un’esistenza appesa e relativamente stabile. Quest’uomo, che ha invece a disposizione quest’altro mondo, sta inseguendo il filo per riprenderlo. In quest’altro mondo, che ha a disposizione quest’uomo, il filo non esiste. La burocrazia degli interstizi dimensionali ha spedito quest’uomo nel mondo sbagliato. Un errore in un ufficio. Il filo non esiste. Ecco il filo.

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Questo racconto fa parte della raccolta inedita “Le regole di questi mondi”.

Persistenza

Giunto al bivio, che impone una scelta tra una recinzione di cresta e un tracciato meno palese, nel fitto dei faggi per Pizzo Fau, il camminatore si arresta in una valutazione, presto inibita da un impensato problema visivo.
Per una panoramica frustrata, si accorge che il paesaggio non subisce variazioni col procedere dello sguardo da destra a sinistra; neppure nell’infruttuoso viceversa da lettura occidentale.
Come fotografato sulle lenti degli occhiali, con mirabile messa a fuoco a così breve distanza, il bivio segue la testa, lenta o veloce che sia, a trecentosessanta gradi, tenacemente frontale a ogni tentativo d’inganno.
Perfino arretrando o avanzando, identico per dimensioni e proporzioni, il bivio si ribadisce con un fondo di ironia.
Liberandosi degli occhiali, il camminatore ne scorge l’invariata cornice attorno all’inquadratura. Dentro, caparbio, il bivio.
Logicamente la prossima mossa – non importa se fra un minuto o un’ora, un giorno o una settimana, poiché l’universo è paziente – sarà per il camminatore cavarsi gli occhi, ufficio al quale aste e terminali contribuiranno, nell’orrore tutto umano delle mani nude.
Stabilita l’inefficacia strategica dell’amputazione, non gli rimarrà che sanguinare, confermandosi spettatore del bivio da orbite vuote.
Il due si riproduce così narciso, onanista e beffardo, chiamando a testimone coatto della sua evidenza l’uno in cui risiede, che invade da parassita.

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Questo racconto fa parte della serie inedita “Esterni”.

Fantascienza

Seduto qui a guardare un altro volto – per undici minuti bevo da un boccale – lo vedo fino all’ultimo lo stesso. E d’altra parte credo, contro il vetro, che il mio riflesso appena un po’ annacquato non faccia che doppiare questa faccia: la stessa, in questo tempo, come l’altra.
Così trascorro questa convenzione, convinto che a trascorrere sia questa, che io rimanga io e quello quello.
Nel mentre siamo giunti a noi: alieni: nemmeno una parola, un cenno. Uscendo in strada guardo indietro e intuisco che ci crediamo amici per la pelle.
Che stupido, a pensarci, questo corpo, col suo cervello troppo difettoso.
La crepa nel terreno è più profonda, da ieri sale un suono di battaglia.

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