Deriva – Incipit

Finché ci sarà una lingua, bisognerà sforzarsi di raccontare ogni storia possibile, comprese quelle impossibili. Perfino questa, che spinge per incominciare e finisce per irrompere nella frase sul quadrivio in cui Gambino, promotore di numeri pari e collezionista di capelli altrui in villeggiatura, si arresta passando in rassegna con lo sguardo i punti cardinali che non a caso, riflette, sono quattro, senza contare gli innesti della botanica cartografica che molto spesso disorientano, affliggendo i malcapitati.

Guarda le colline a nord-est, Gambino, poi il mare odoroso a ovest, venuto a confliggere nell’orizzonte con una nuvolaglia poco promettente, fatta a strati, gradazioni di grigio. Ma è la salsedine, in un primo momento, a prevalere, nel senso mnemonico dell’odorato.

Abbandona poi tra le narici l’adolescenza, Gambino, e torna con gli occhi della sua mezz’età a nord-est: la metà superiore di una turbina eolica in funzione spunta al di là di una modesta altura, piantata in un digradare invisibile verso il non so: popolato chissà, forse, da sue simili in mandria celate alla vista. E non a caso, riflette Gambino, le pale sono quattro, come quattro è il suo pensiero: non volendo ammettere – il suo pensiero – la verità del tre.

Tracciando ancora lo stesso segmento di retta nel verso opposto – la realtà delle due dimensioni, l’impostura della terza –, gli occhi di Gambino, cedendo nuovamente alle insistenze del naso, fanno per tornare – la retta è ora rotta – laddove ognuno di continuo torna o meglio crede – luogo che assume forme e consistenze le più varie e che in definitiva non esiste, facendo della parola nostalgia un dolore tanto maggiore per l’impossibilità fattuale di ciò che la semantica vorrebbe, insieme a chi l’ha ideata, e che nel caso di Gambino ha la forma per nulla originale eppure eterna del mare – ma a metà strada dimenticano la distrazione, gli occhi – ora la rotta è rotta –, in favore di una focalizzazione, scrollandosi infine di dosso il naso petulante: a poche centinaia di metri dalla riva, in basso, circondato dallo stesso verde che raggiunge, tingendoli, i colli di cui sopra, sorge il villaggio. È la meta di Gambino, i cui sensi si concedono una pausa per imboccare il giusto pensiero. Sentiero.

Deriva

Copertina di DisGrafica

L’11 giugno 2021 esce, per la collana ossa di pièdimosca edizioni, Deriva.

Un uomo senza nome, affetto da scomodissime paralisi temporanee, conduce una singolare esistenza al fianco di Sofia, essere dall’aspetto mutevole, in una società che obbliga tutti a uscire in strada e incontrarsi; un villaggio turistico che ospita una sola persona alla volta fa da scenario all’incontro tra Gambino, apparso in una frase, e Filomena, donna-luogo dal bicchiere mai vuoto; una voce accademica illustra metodologie e strumenti per effettuare tagli cesarei su alture di vario genere, avvalendosi di una terminologia a un tempo chirurgica, orografica, cantieristica, inquietante, contadina, astronomica.
Tre realtà – o tre finzioni – che si ignorano l’un l’altra, impegnate tuttavia in un fitto dialogo, tra dislocazioni incessanti che finiranno per sottrarre ogni terreno sotto ogni piede, assumendo la forma di un indovinello senza soluzione, di «un meccanismo a orologeria in un mondo che non ha inventato il tempo».

Esterni

Tra luglio e settembre 2020 sono apparsi su caratteri nascosti, il blog di pièdimosca edizioni, trenta miei testi raccolti sotto il titolo Esterni. Solo quattro di essi erano precedentemente apparsi in rete, tra cui il primo della serie, Diluvio. Cliccando sul titolo o sull’immagine sottostante è possibile iniziare la lettura e proseguire nell’ordine di pubblicazione – il mio itinerario in questo libro potenziale, ovvero la mia interpretazione – o affidarsi ad altri percorsi.

Le cose inutili

CoseInutili_FronteLe cose inutili torna in libreria dal 31 marzo 2020 nella collana ossa di pièdimosca edizioni. Una nuova edizione, riveduta e corretta.

Quando Vlado Merletti ricompare al Baranoia, dopo un lustro di assenza e un divorzio mal digerito, non tutto è rimasto immutato.
Irene Abbandando, ex signora Merletti, ha riscosso un successo mondiale grazie all’invenzione delle mutandem; Marilena, unigenita di Vlado e Irene, intrattiene con l’erudito libraio Fosco Bruno Toddottidi una relazione sensoriale a dir poco inconsueta; lo studente Antonio vede il suo destino impennarsi grazie alla signora Abbandando; al Baranoia, l’attenzione alle pulizie della proprietaria Linda ha assunto i connotati di una mania e le conturbanti Marca e Davida non sono, forse, semplici cameriere… Nelle pieghe degli eventi si muove e agisce l’aleatoria Compagnia degli Atti Inutili.
Tra un presente, un passato e un futuro ugualmente improbabili, il romanzo si sposta avanti e indietro nei cinque anni in cui, da punti sparsi del globo, Vlado Merletti invia ad Amando e Gioio, compagni di bevute, le sue indagini su «oggetti decontestualizzati».
Una serie di svelamenti e situazioni paradossali mostrerà che ogni cosa può essere osservata da infinite prospettive e che la stessa nozione di esistenza è inafferrabile come un fugace starnuto verde in fondo a una via.

L’incredibile storia vera del signor Filippo

Il signor Filippo entra in un negozio di abbigliamento e nota, per puro caso, una camicia molto bella, quasi nascosta dalle altre.
Ma bella davvero, non tanto per dire.
Semplice, per carità, ma davvero bella. Sobria, questo è certo, ma bella davvero. Un modello un po’ vecchio, non lo si vuole negare, ma davvero bella. Nessun segno particolare, s’intende, ma bella davvero.
Quando la sgancia per guardarla meglio, si accorge che quattro uomini – gli unici altri clienti in quel momento – gli si stanno avvicinando. Allungando un po’ le mani sul colletto, sulle maniche e sui bottoni, prendono a commentare, entusiasticamente, le doti della camicia.
Il signor Filippo li osserva e capisce subito come stanno le cose: ognuno ha i suoi gusti.

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Questo racconto è apparso nella raccolta “Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi” (Gorilla Sapiens Edizioni).

Un verso

Tutto ciò che sta dietro le mie spalle scompare. Il bivio è tra immobilità e avanzamento.
Ciò che si trova un passo avanti, fra due passi non sarà. Decido questa via per guardare ogni cosa e persona per l’ultima volta.
Il nulla, dietro, non mi fa paura. È nulla.
L’amore, forse, è qualcuno che mi viene incontro nonostante. Oppure qualcuno accanto, che rischio di eliminare con un passo fuori tempo, che allo stesso modo rischia di eliminarmi.

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Questo racconto è apparso nella raccolta “Volevo fermarmi a tre righe ben scritte” (Gorilla Sapiens Edizioni).

Interferenza

Piccole pietre levigate. Il bagnante, solitario, ne sceglie una. Ora prono ora supino sul telo da mare, la maneggia a lungo, come lavorandola, saggiandone la durezza impenetrabile, la temperatura da sole passivo.
Si dimentica, circumnavigandola, in ampiezze irregolari e gradazioni di grigio.
Insegue testardo una regola. Inseguendola impara il sasso a memoria senza afferrarla.
Coi pensieri aderenti a morbide curve – un sopracciglio una virgola un seno una campana di Gauss un bilancio in lieve discesa un accenno di cresta un’orbita satellitare – riprende il segno della storia da leggere, che subito gli s’interrompe negli occhi.
Torna a massaggiare la pietra, a strofinarla; arriva a invidiarne la superficie senza ostacoli, l’aspetto di uovo irregolare.
Quando l’appoggia sul blu notte dell’asciugamano avverte un’amputazione.
Torna a possederla nella destra, allenta la presa e di nuovo la lascia andare, spaventato.
Volge lo sguardo al mare, si alza e s’incammina.
Non riesce a immergersi. Un dolore insiste al centro delle mani.
Torna in fretta, si riappropria dell’oggetto, lo percorre con ogni dito, con attriti d’unghie, poi stringe.
Sono efelidi su una spalla una carta d’imbarco portici una torre un castello un occhio più mobile del suo compagno un’auto gialla l’istante in cui si sceglie una pietra letto diviso caffè col sale ulivo potato mazzo di chiavi serranda taglio emorragia lucciole erezione costume viola anello rubato turbolenza estero montaggio video traslochi indifferenza porta sbattuta intonaco a terra contemplazione di un morto… tutti punti in cui inizia la stessa storia, irraccontabile.
Un punto in cui finisce.
Sulla spiaggia di Sant’Agata troveranno un telo da mare, un libro, una pietra pesante.

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Questo racconto fa parte della serie inedita “Esterni”. È apparso per la prima volta su “Grande come una città”.

Diciotto

Chiavi di casa simboliche in mano.
Mia madre mi prende da parte e mi dice non sono tua madre, sei uscito da un quadro di tela, arrivato da un mare dipinto che tengo in soffitta.
Ero tutto bagnato, gambe molli di sabbia di acqua di sale ferite in più parti da scogli da denti e conchiglie spezzate.
Mio padre è il pittore che ha smesso i pennelli quando ha saputo, che è morto incolore come bozza scartata.
In stanza una chiazza che guardo sdraiato dal letto, soffitto che argina un mare e un sospetto: sorella o fratello.
Mia madre è mia madre, mi dico, se solo mi sforzo non sento la d.

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Questo racconto è apparso nella raccolta “Volevo fermarmi a tre righe ben scritte” (Gorilla Sapiens Edizioni).

La verità su Marcello Varese

Chi afferma che Marcello Varese volle morire – che in altre parole commise deliberatamente suicidio – incappa a mio avviso in un errore di prospettiva. Più che decidere di porre fine alla sua esistenza, infatti, egli stabilì, semplicemente, di rimanere lì dove e com’era, migliorando di fatto la sua condizione. Solo in seconda battuta, sospetto, si rese conto dell’inevitabile conseguenza della sua autoimposizione. Ma a ciò, voglio credere, non diede – a ragione – alcun peso.
Per chi conosca la vicenda di Varese non per mero sentito dire, ammettere che la sua posizione – è il caso di dirlo – fu vantaggiosa, non sarà difficile.
Il fatto è che Varese soffriva di scomodità cronica, e chi vuole vedere in ciò qualcosa di metaforico o simbolico ancora una volta sbaglia. La disabitudine a considerare i fenomeni per quello che sono, congiunta all’abitudine di fingere arguzia o profondità, fa spesso deragliare dalla verità della superficie.
Marcello Varese stava scomodo senza fronzoli, stava scomodo solo e soltanto fisicamente: da seduto, all’impiedi, sdraiato, sospeso, a quattro zampe, acciambellato, a braccia e gambe aperte, appoggiato a un palo, con lo sguardo all’insù o all’ingiù, in sella a un motorino, mentre faceva l’amore, immerso in un liquido con una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del volume del liquido spostato, con un dito nel naso, con una mano nelle mutande, nel box doccia o nella vasca, nelle sere d’estate e nei mattini d’inverno, quando ruttava, quando evacuava, quando rispondeva al telefono, quando non rispondeva alle e-mail. Ed era talmente abituato a tutto ciò da non esserne cosciente: essendo sempre stato scomodo, non conosceva la comodità. Dunque, tutto sommato, non si può dire fosse stato davvero scomodo fino a quella fatidica notte.
In effetti, fin lì, la sua vita era stata felice, nonché esemplare: uomo onesto, sposato e innamorato al tempo stesso, due adorabili bambine, docente universitario, cuoco per passione, generoso per trasporto, sorridente per abitudine, spiritoso con gli ospiti.
Se il piede sinistro non gli si fosse ingarbugliato nel lenzuolo durante una torsione notturna in un rifugio sui Pirenei nella seconda nottata della sua consueta settimana annuale di ritiro dal mondo, impedendogli di completare a dovere detta torsione, Marcello Varese non avrebbe mai sperimentato l’unica posizione comoda possibile per il suo corpo; di conseguenza non avrebbe intuito di aver trascorso un’intera esistenza in assenza di agio; in più, non avrebbe mai preso la decisione che gli costò la vita, basata sulla constatazione che quell’agio valeva più di tutto il resto e questo è tutto, per come la vedo io, su Marcello Varese.

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Questo racconto è apparso nella raccolta “Sottrazione” (Gorilla Sapiens Edizioni).

Storia invisibile di una piccola lumaga

C’era una volta una piccola lumaga, in tutto simile a una piccola lumaca tranne che per una letterina che la rendeva unica, speciale.
Le sue magie erano meravigliose e utilissime, ma erano anche lente, mooolto lente, così lente che quando i loro effetti incominciavano a vedersi, nessuno si ricordava più chi era stato a rendere possibili tante cose buone.
Così, la piccola lumaga non riceveva mai un ringraziamento, un complimento, una lode… eppure, non smetteva di fare magie per il bene di tutti. A volte, addirittura, per il bene di quelli che sarebbero vissuti dopo di lei e che lei non avrebbe neanche conosciuto, per quanto avrebbero impiegato i suoi lentissimi incantesimi ad avverarsi. E neppure reclamava, la piccola lumaga, per quella totale mancanza di riconoscimenti.
Tutti pensavano fosse una semplice, piccola lumaca, e tale, d’altra parte, era il suo aspetto. Nessuno seppe mai di aver conosciuto, al contrario, una portentosa piccola lumaga. E questo, forse, fu il suo prodigio più grande.

Nota dell’autore
Il lettore accorto non avrà potuto fare a meno di individuare la morale di questa storia. Si sbaglia.

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