Le cose inutili

CoseInutili_FronteLe cose inutili torna in libreria dal 31 marzo 2020 nella collana ossa di pièdimosca edizioni. Una nuova edizione, riveduta e corretta.

Quando Vlado Merletti ricompare al Baranoia, dopo un lustro di assenza e un divorzio mal digerito, non tutto è rimasto immutato.
Irene Abbandando, ex signora Merletti, ha riscosso un successo mondiale grazie all’invenzione delle mutandem; Marilena, unigenita di Vlado e Irene, intrattiene con l’erudito libraio Fosco Bruno Toddottidi una relazione sensoriale a dir poco inconsueta; lo studente Antonio vede il suo destino impennarsi grazie alla signora Abbandando; al Baranoia, l’attenzione alle pulizie della proprietaria Linda ha assunto i connotati di una mania e le conturbanti Marca e Davida non sono, forse, semplici cameriere… Nelle pieghe degli eventi si muove e agisce l’aleatoria Compagnia degli Atti Inutili.
Tra un presente, un passato e un futuro ugualmente improbabili, il romanzo si sposta avanti e indietro nei cinque anni in cui, da punti sparsi del globo, Vlado Merletti invia ad Amando e Gioio, compagni di bevute, le sue indagini su «oggetti decontestualizzati».
Una serie di svelamenti e situazioni paradossali mostrerà che ogni cosa può essere osservata da infinite prospettive e che la stessa nozione di esistenza è inafferrabile come un fugace starnuto verde in fondo a una via.

L’incredibile storia vera del signor Filippo

Il signor Filippo entra in un negozio di abbigliamento e nota, per puro caso, una camicia molto bella, quasi nascosta dalle altre.
Ma bella davvero, non tanto per dire.
Semplice, per carità, ma davvero bella. Sobria, questo è certo, ma bella davvero. Un modello un po’ vecchio, non lo si vuole negare, ma davvero bella. Nessun segno particolare, s’intende, ma bella davvero.
Quando la sgancia per guardarla meglio, si accorge che quattro uomini – gli unici altri clienti in quel momento – gli si stanno avvicinando. Allungando un po’ le mani sul colletto, sulle maniche e sui bottoni, prendono a commentare, entusiasticamente, le doti della camicia.
Il signor Filippo li osserva e capisce subito come stanno le cose: ognuno ha i suoi gusti.

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Questo racconto è apparso nella raccolta “Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi” (Gorilla Sapiens Edizioni).

Un verso

Tutto ciò che sta dietro le mie spalle scompare. Il bivio è tra immobilità e avanzamento.
Ciò che si trova un passo avanti, fra due passi non sarà. Decido questa via per guardare ogni cosa e persona per l’ultima volta.
Il nulla, dietro, non mi fa paura. È nulla.
L’amore, forse, è qualcuno che mi viene incontro nonostante. Oppure qualcuno accanto, che rischio di eliminare con un passo fuori tempo, che allo stesso modo rischia di eliminarmi.

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Questo racconto è apparso nella raccolta “Volevo fermarmi a tre righe ben scritte” (Gorilla Sapiens Edizioni).

Interferenza

Piccole pietre levigate. Il bagnante, solitario, ne sceglie una. Ora prono ora supino sul telo da mare, la maneggia a lungo, come lavorandola, saggiandone la durezza impenetrabile, la temperatura da sole passivo.
Si dimentica, circumnavigandola, in ampiezze irregolari e gradazioni di grigio.
Insegue testardo una regola. Inseguendola impara il sasso a memoria senza afferrarla.
Coi pensieri aderenti a morbide curve – un sopracciglio una virgola un seno una campana di Gauss un bilancio in lieve discesa un accenno di cresta un’orbita satellitare – riprende il segno della storia da leggere, che subito gli s’interrompe negli occhi.
Torna a massaggiare la pietra, a strofinarla; arriva a invidiarne la superficie senza ostacoli, l’aspetto di uovo irregolare.
Quando l’appoggia sul blu notte dell’asciugamano avverte un’amputazione.
Torna a possederla nella destra, allenta la presa e di nuovo la lascia andare, spaventato.
Volge lo sguardo al mare, si alza e s’incammina.
Non riesce a immergersi. Un dolore insiste al centro delle mani.
Torna in fretta, si riappropria dell’oggetto, lo percorre con ogni dito, con attriti d’unghie, poi stringe.
Sono efelidi su una spalla una carta d’imbarco portici una torre un castello un occhio più mobile del suo compagno un’auto gialla l’istante in cui si sceglie una pietra letto diviso caffè col sale ulivo potato mazzo di chiavi serranda taglio emorragia lucciole erezione costume viola anello rubato turbolenza estero montaggio video traslochi indifferenza porta sbattuta intonaco a terra contemplazione di un morto… tutti punti in cui inizia la stessa storia, irraccontabile.
Un punto in cui finisce.
Sulla spiaggia di Sant’Agata troveranno un telo da mare, un libro, una pietra pesante.

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Questo racconto fa parte della serie inedita “Esterni”. È apparso per la prima volta su “Grande come una città”.

Diciotto

Chiavi di casa simboliche in mano.
Mia madre mi prende da parte e mi dice non sono tua madre, sei uscito da un quadro di tela, arrivato da un mare dipinto che tengo in soffitta.
Ero tutto bagnato, gambe molli di sabbia di acqua di sale ferite in più parti da scogli da denti e conchiglie spezzate.
Mio padre è il pittore che ha smesso i pennelli quando ha saputo, che è morto incolore come bozza scartata.
In stanza una chiazza che guardo sdraiato dal letto, soffitto che argina un mare e un sospetto: sorella o fratello.
Mia madre è mia madre, mi dico, se solo mi sforzo non sento la d.

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Questo racconto è apparso nella raccolta “Volevo fermarmi a tre righe ben scritte” (Gorilla Sapiens Edizioni).

La verità su Marcello Varese

Chi afferma che Marcello Varese volle morire – che in altre parole commise deliberatamente suicidio – incappa a mio avviso in un errore di prospettiva. Più che decidere di porre fine alla sua esistenza, infatti, egli stabilì, semplicemente, di rimanere lì dove e com’era, migliorando di fatto la sua condizione. Solo in seconda battuta, sospetto, si rese conto dell’inevitabile conseguenza della sua autoimposizione. Ma a ciò, voglio credere, non diede – a ragione – alcun peso.
Per chi conosca la vicenda di Varese non per mero sentito dire, ammettere che la sua posizione – è il caso di dirlo – fu vantaggiosa, non sarà difficile.
Il fatto è che Varese soffriva di scomodità cronica, e chi vuole vedere in ciò qualcosa di metaforico o simbolico ancora una volta sbaglia. La disabitudine a considerare i fenomeni per quello che sono, congiunta all’abitudine di fingere arguzia o profondità, fa spesso deragliare dalla verità della superficie.
Marcello Varese stava scomodo senza fronzoli, stava scomodo solo e soltanto fisicamente: da seduto, all’impiedi, sdraiato, sospeso, a quattro zampe, acciambellato, a braccia e gambe aperte, appoggiato a un palo, con lo sguardo all’insù o all’ingiù, in sella a un motorino, mentre faceva l’amore, immerso in un liquido con una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del volume del liquido spostato, con un dito nel naso, con una mano nelle mutande, nel box doccia o nella vasca, nelle sere d’estate e nei mattini d’inverno, quando ruttava, quando evacuava, quando rispondeva al telefono, quando non rispondeva alle e-mail. Ed era talmente abituato a tutto ciò da non esserne cosciente: essendo sempre stato scomodo, non conosceva la comodità. Dunque, tutto sommato, non si può dire fosse stato davvero scomodo fino a quella fatidica notte.
In effetti, fin lì, la sua vita era stata felice, nonché esemplare: uomo onesto, sposato e innamorato al tempo stesso, due adorabili bambine, docente universitario, cuoco per passione, generoso per trasporto, sorridente per abitudine, spiritoso con gli ospiti.
Se il piede sinistro non gli si fosse ingarbugliato nel lenzuolo durante una torsione notturna in un rifugio sui Pirenei nella seconda nottata della sua consueta settimana annuale di ritiro dal mondo, impedendogli di completare a dovere detta torsione, Marcello Varese non avrebbe mai sperimentato l’unica posizione comoda possibile per il suo corpo; di conseguenza non avrebbe intuito di aver trascorso un’intera esistenza in assenza di agio; in più, non avrebbe mai preso la decisione che gli costò la vita, basata sulla constatazione che quell’agio valeva più di tutto il resto e questo è tutto, per come la vedo io, su Marcello Varese.

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Questo racconto è apparso nella raccolta “Sottrazione” (Gorilla Sapiens Edizioni).

Storia invisibile di una piccola lumaga

C’era una volta una piccola lumaga, in tutto simile a una piccola lumaca tranne che per una letterina che la rendeva unica, speciale.
Le sue magie erano meravigliose e utilissime, ma erano anche lente, mooolto lente, così lente che quando i loro effetti incominciavano a vedersi, nessuno si ricordava più chi era stato a rendere possibili tante cose buone.
Così, la piccola lumaga non riceveva mai un ringraziamento, un complimento, una lode… eppure, non smetteva di fare magie per il bene di tutti. A volte, addirittura, per il bene di quelli che sarebbero vissuti dopo di lei e che lei non avrebbe neanche conosciuto, per quanto avrebbero impiegato i suoi lentissimi incantesimi ad avverarsi. E neppure reclamava, la piccola lumaga, per quella totale mancanza di riconoscimenti.
Tutti pensavano fosse una semplice, piccola lumaca, e tale, d’altra parte, era il suo aspetto. Nessuno seppe mai di aver conosciuto, al contrario, una portentosa piccola lumaga. E questo, forse, fu il suo prodigio più grande.

Nota dell’autore
Il lettore accorto non avrà potuto fare a meno di individuare la morale di questa storia. Si sbaglia.

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Michele aveva un collo

La paura è una cosa nota che cambia di segno. Michele gettava la testa all’indietro, quando rideva. Erano molte le cose che lo facevano ridere, spesso piccole, alcune minuscole o divertenti solo per lui. La gettava all’indietro, la testa, quasi con violenza, ma perché dico quasi? Con violenza, come volesse affermare il suo diritto all’ilarità con un atto ostentato, imponendolo all’attenzione del mondo. Un mondo che era fatto di me e di un esiguo gruppo di amici. E io lo amavo, Michele, anche per quella sua testa gettata all’indietro, per quello sconquassamento per niente comune. Lo amavo come una pazza. E se dico che lo amavo anche per quello è per non risultare pazza del tutto dicendo che lo amavo solo per quello.
Una notte, però, mi svegliò di soprassalto la sicurezza di non amarlo più, che interpretai correttamente molto dopo: sul momento pensai di non ricordare un incubo appena interrotto. E invece avevo ricordato, ma non era un incubo e invece lo era e non me ne resi conto.
Qualche giorno prima, andando via dal cinema – io guidavo e lui era seduto dietro di me, con noi un amico e un amico dell’amico – aveva riso a quel modo ricordando una scena del film che stavamo guardando fino a un quarto d’ora prima. Era l’unico a ricordarla. Michele era alle mie spalle, ma conoscevo talmente bene il movimento del suo collo, quando rideva a quel modo, che ne potevo avvertire i piccoli spostamenti nell’aria. Lo vedevo senza vederlo mentre voltando a sinistra rischiavo di investire un pedone. Smise di ridere e disse una parola che non capimmo, iniziava con un suono gutturale e finiva con una vocale aperta. Poi riprese a parlare davvero: quel momento passò quasi inosservato verso il pub dentro una conversazione a quattro.
Dopo aver parcheggiato, un attimo prima di scendere, mentre sproloquiava di regia e fotografia e montaggio e colonne sonore, l’avevo guardato dallo specchietto come altre venti volte durante il tragitto, con la sola differenza che in quell’ultimo caso lo sguardo non era stato intenzionale: un incrocio di traiettorie interrotto prima della coscienza.
Questo avevo ricordato: la sua voce allegra e chiara ma nello specchietto il collo ancora rovesciato che mi guardava dal pomo d’Adamo e un altro sguardo che mi indagava dalle narici espanse sopra la minaccia dentale dell’arcata superiore.
In quel granello di tempo continuo decrepita a vivere, e vorrei essere il mio funerale.

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Lungimiranza

Lo scoperchiamento del colle avviene. Se ne conoscono i dettagli: da Tarquinio il Superbo a oggi, passando per assedi e papi, avviene a 579 metri sopra il livello del mare, appena al di sotto delle prime mura.
È sempre di notte: una notte di tenebra fitta che isola il paese di poche luci e parole al centro di una distesa cieca. Rimane sospeso, a vicoli tesi.
Dal lago di Canterno arriva ordinata una caligine: si dispone attorno all’altura a bordarne l’opercolo. Lo solleva quel tanto che basta a introdursi discreta tra le pietre e la mucida minuta vegetazione. Con la stessa discrezione lo lascia ricadere, senza un suono che svegli. Solamente una scossa muta, di caduta improvvisa, immaginata nel sonno.
Fumone è a parte dell’opera, non la nega e non la ostenta. Sospetta nel colle una cavità di pignatta senza fondo. Si sveglia all’alba sapendosi strumento: contenitore.
Perfino i bambini, se un curioso da fuori s’informa del fatto, rispondono con una sentenza popolare – impavidi, a guardarli negli occhi, o precoci commedianti – che da sempre, lì, si fanno provviste per l’inferno.

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Questo racconto fa parte della serie inedita “Esterni”.

Draghi

Altrove resiste intatta, ancorata nel nome apertura, una porta di altro tipo. Per sentirne la presenza, laggiù, è necessario uno spostamento di sguardo che indichi un giustapporsi di traiettorie prima ignorate.
Si passerà attraverso deserti, boschi gremiti di belve, piogge che fiaccheranno e geli che irrigidiranno, malattie e incantesimi che ritarderanno, sposseranno e distrarranno. Si farà tutto questo dall’interno di un autofraintendimento.
Quando infine, stremati e disperati, non sapremo di essere giunti davanti alla porta, qualcuno aprirà, dall’altra parte, e in quel momento realizzeremo di non essere l’ottuso cavaliere in battaglia che un sogno di pessimo gusto ci ha infilato in testa: riconosceremo nel drago che avremo di fronte un nostro simile; la battaglia che avremmo voluto ingaggiare tornerà a essere danza; fortissimi, sputeremo fuoco per una cena condivisa e confonderemo le squame nel sonno, frastornati dalla scoperta che due code possono intrecciarsi o essere la stessa.

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Questo racconto fa parte della raccolta inedita “Le regole di questi mondi”.