DERIVA – Romanzo inedito – Estratto 3 di 3

Man mano che il villaggio s’allontana alle nostre spalle e la via sterrata sale per il colle, in cima al quale il quadrivio ci attende, il dialogo si fa disancorato e di àncora svanisce perfino l’idea: incomincia nella passeggiata, tra quattro labbra o due o nessuna, la deriva.

Incisione anonima rinvenuta in una grotta sul versante occidentale del monte Asosubi

Elaborazione di un disegno di Elmerindo Fiore

Filomena ha il gomito alzato in un sorso di Lambrusco – mi scusi se ho iniziato senza di lei, Gambino, se vuole altro me lo dica, io non faccio il cambio di stagione, sempre rosso durante i pasti – quando Gambino traccia una linea curva dal punto d’ingresso nella sala ristorante e raggiunge, pur rimanendo in piedi, la sedia libera al tavolo da due – l’unico occupato – addossato alla parete vetrata – il corridoio da poco percorso gli rimane alle spalle, sulla destra: Gambino può osservare, a sinistra, all’aperto, la zona nord della piazza-giardino, l’ingresso allo stabilimento termale a nord-ovest e con la coda dell’occhio parte del monumento all’ago peridurale e di due delle quattro palme che lo incorniciano; a destra, una buona porzione della sala ristorante con figura umana in veste di cameriere nell’angolo in fondo a destra, che lo osserva. Anche il lato nord della sala è vetrato, su una rigogliosa vegetazione. Dopo muto invito a sedersi da parte di Filomena, intenta nel sorso numero trentasei – tutto ricordava della donna compreso il braccio che ora traccia il segno escluso il nome –, Gambino scorre con gli occhi il menu, sulle cui righe incappa in ben nove – nove, maledizione! – parole sconosciute: cibreo, fugu, hákarl, balut, attichini, tepa, shiokara, marmite, shirako. Mi scusi lei, Filomena, ma temo di aver bisogno di spiegazioni, ed è il motivo per cui l’ho invitata, Gambino – grazie mille per la borsa, sa, con quel che mi stava accadendo, lei capisce, anzi non credo – lei deve capire poco di questa faccenda e ancora meno in generale – ma in ogni caso, sa, può capitare di dimenticare qualcosa – non doveva comunque disturbarsi, il barman è per così dire abituato, ne avrebbe avuto cura, d’altra parte sono l’ospite prima e più antica – che paroloni, signor Gambino, che vado a dire già a quest’ora – non crede dovrebbe esserci un’ora per le parole grosse? chi non le vuole se ne stia rinchiuso in casa, da solo, per l’intera durata del tramonto – io credo dovrebbe essere al tramonto, mentre si guardano le nuvole arrossarsi e poi incupirsi – e per il resto non stia a preoccuparsi – e non c’è mia caratteristica, glielo assicuro, che non sia in qualche modo familiare a tutti, qui, e la cosa è per così dire reciproca, e se dico per così dire voglio dire esattamente per così dire – ma non è di questo che volevo parlarle, piuttosto darle qualche spiegazione – ecco, a proposito di spiegazioni, non dia retta agli sproloqui del mezzo busto alla reception, che è una parte di me – ops! mi perdoni il lapillo, really sorry – non attendibile, dico non attendibile per non ricorrere ad altri paroloni – s’aspetterà il tramonto, io e lei, per quelli, se vuole – e che si mette in testa strane idee: l’ho sentita, poco fa, raccontarle della protesta esplosiva del personale – a proposito, mi dispiace per la suite, o meglio per il fatto che lei abbia dovuto assistere a una scena del genere: la suite è una suite e suite ritornerà – sì, origliavo, Gambino, non mi guardi in giapponese, mea culpa e cin cin, non sia avaro con se stesso e riempia meglio il suo bicchiere, di bottiglie è piena la cantina e di ricordi la nostra testina – non fossi io non potrei bere nel mio stato, sa? ma per fortuna, mio caro Gambino… – ma non è di questo che volevo dire, piuttosto del mezzo busto, dicevo: è una di cui fidarsi poco, ma mi correggo: non ci saranno paroloni, per lei, né ora né dopo, sono stata troppo dura ma, due punti, non dico che l’ipotesi della protesta sia del tutto infondata, questo no, Gambino, il mezzo busto d’altra parte è in buona fede, solamente è un po’ così – un roteare dell’indice sinistro a un centimetro dalla tempia corrispondente, alzando gli occhi al soffitto – ma perché l’ho detto invece di farlo? vattelappesca – anyway… conosce l’inglese, Gambino? a volte penso delle parole in inglese che poi vengono fuori, cose di poco conto, come vede, come sente, sarà l’immaginario collettivo, glielo raccomando quello, ma non mi faccia parlare –, e in sostanza, dicevo, è un’ipotesi, per carità, ma io ne ho un’altra che vado a esporle: in quanto sua guida nel villaggio, tono istituzionale, il mio ruolo è quello di darle spiegazioni e iniziamo da qui, di tutto il resto si parlerà fra un po’, se le andrà – tono confidenziale – di passeggiare un po’ con me: esplodendo, a mio parere, il personale tenta di imitarmi, non so se mi spiego, no, certamente non mi spiego, e allora approfondisco: vorrebbero diffondersi, come me, forse inizia a capire? ma no, il suo sguardo è un cataplasma ma il problema, Gambino, è che questa faccenda della diffusione non è una cosa che si impara, e se si impara, mi permetta, si impara male, come vede: boom, you know? non strabuzzi gli occhi, non la mangio mica: voglio dire, Gambino, che questi benedetti ragazzi e queste benedette ragazze credono, in virtù del fatto che si trovano in questo luogo – e voglio notificarle sin da ora che il luogo sono io, così forse inizierà davvero a capire – possono diventare me, o come me, e invece si allenano, si allenano, si allenano, si tendono, si gonfiano, trattengono, fermentano, accumulano pressione e infine sì, come no, si espandono, si diffondono: missione compiuta, dirà lei, ma neanche per sogno, le risponderò io, perché si diffondono in un solo istante e lei capisce, mio trasognato Gambino, che se ci si espande del tutto in un solo istante, be’, i risultati son quelli che ha visto, e ora lei si chiederà – un’altra bottiglia, per favore –: che diavolo sta dicendo questa tizia di cui ricordavo tutto incluso il braccio escluso il nome?, sì, Gambino, origliavo dal buco della serratura dei suoi pensieri, colpevole, again!, so cosa le piacerebbe farmi e ne sono lusingata, non sarà un caso, eh no, che proprio quella cosetta piace molto anche a me, ma c’è un ma, un gran bel ma, cazzo: ebbene, tanto varrà raccontarle tutto dal principio, che è poi il motivo per cui l’ho invitata a pranzo – a proposito, ha scelto? no? si prenda pure il tempo che vuole, dunque, vediamo, ha mai disegnato, lei? ma come può saperlo, come può averlo fatto, e poi non fa molta differenza, sono qui per spiegarle la faccenda, le nomino il disegno perché è dal disegno che ho incominciato a capire qualcosa, io, e mi creda, all’inizio è stato inquietante, non si cambia di segno al proprio mondo senza enormi conseguenze, dico bene?: è il momento del ricordo d’infanzia, cerchi di non sonnecchiare, mi offenderei, le avrei spiegato tutto al bar ma sa come sono andate le cose, dunque: è chiaro che a un certo punto il farmaco perse almeno in parte la sua efficacia, ero ancora una bambina ma quando si è nelle mie condizioni, lei capisce: mi imbottivano – le parlo col senno di poi, certo, all’epoca non sapevo neanche che nei mie bicchieri ci fosse una specie di rimedio o antidoto o pozione, e di conseguenza, di me, non sapevo un bel niente, vede?, lei mi ricorda, nel senso che lei ricorda me a me – e non c’era modo di aumentare le dosi senza causarmi disastri e solo in seguito venni empiricamente a sapere che l’alcol accentua e prolunga l’effetto del farmaco – sta bene, Gambino? riconosco in lei dei segni di disagio e sudarella, come diceva quello – quello chi? –, spero non mi caracolli qui d’un tratto: ci tengo, io, a lei, non immagina quanto, mi ha aperto un mondo o meglio mi ha indicato una porta che non riesco ad aprire o forse non voglio,  ma anche a questo arriveremo – oh, grazie, stappi pure –, le verso un altro po’ di vino, vuole? non faccia complimenti, è tutto offerto da me, letteralmente, e dicevamo dunque che: ero una bambina alta così, amavo disegnare, il farmaco faceva cilecca: assumiamo questi tre dati come punto di partenza della mia commovente storia, ebbene: un bel giorno, seduta al mio tavolino da disegno – la connotazione del tavolino è mia, quello si accontentava di essere un tavolino – appoggio la matita al foglio e inizio a disegnare un volto umano, né di donna né di uomo, l’avrei deciso dopo, e a un tratto sento la pressione della punta della matita che, ripeto, si stava occupando, sul foglio, del volto, proprio nel punto che stavo disegnando, qui, sul labbro superiore, esatto, dove lei poco fa ha inchiodato lo sguardo pensando quel che ha pensato – la mia bocca socchiusa lasciava scoperta una piccola porzione di bianco dentale, lo so, un po’ arrossato dal vino, piace anche a me e lei non bada certo solamente ai capelli – così, un po’ spaventata ma soprattutto sorpresa, alzo la matita e la sensazione scompare, la porto verso l’orecchio ancora da farsi e capisco, non mi chieda come, che il punto in cui stavo per appoggiare la matita non apparteneva a quell’orecchio: era come se, anzi non come se: sentivo dov’era ogni parte anatomica, o meglio ancora: sentivo dove quel volto sentiva le sue parti, non so se mi spiego, che gran casino, sta di fatto che corressi la mira e disegnando l’orecchio sinistro mi feci il solletico all’orecchio sinistro.

Qui il primo estratto da DERIVA

Qui il secondo estratto da DERIVA

DERIVA – Romanzo inedito – Estratto 2 di 3

Man mano che il villaggio s’allontana alle nostre spalle e la via sterrata sale per il colle, in cima al quale il quadrivio ci attende, il dialogo si fa disancorato e di àncora svanisce perfino l’idea: incomincia nella passeggiata, tra quattro labbra o due o nessuna, la deriva.

Incisione anonima rinvenuta in una grotta sul versante occidentale del monte Asosubi

Elaborazione di un disegno di Elmerindo Fiore

Il parto o taglio cesareo è un intervento chirurgico per il quale il feto o i feti e gli annessi fetali vengono estratti praticando un’incisione a circa un terzo di altezza sul versante dell’altura –  collina o montagna che sia – esposto a ovest, in modo che essa incisione sia dunque più prossima alla base che alla vetta. Non si trascuri per questo, però, la sommità: nel caso non particolarmente frequente ma neppure così raro di chiesetta in atteggiamento di capezzolo, essa chiesetta va rimossa prima di procedere in tutta sicurezza con l’operazione divaricante, ponendo attenzione a eventuali scorie di fondamenta, che vanno eliminate dalla porzione di terreno così scoperta. La presenza di modesti edifici di culto in atteggiamento di capezzolo, retaggio di mentalità quasi del tutto – e fortunatamente – confinate nel nostro passato remoto, è generalmente dovuta a una volontà di depistamento anatomico, il cui fine è quello di scongiurare il buon iter della gravidanza ed evitare così il parto e, conseguentemente, la proliferazione di presunte “forze oscure”: credenza da considerarsi anch’essa una scoria, benché di carattere storico e socioculturale piuttosto che materico. Con la rimozione si porterà alla luce, nel punto in cui il pensiero corre più o meno candidamente e con spontaneità alla tetta, il concavo in luogo del convesso, vale a dire l’ombelico. A ciò è dovuta la precedente raccomandazione a una pulizia meticolosa del sito.

Un’operazione preliminare si rende altresì necessaria nei dintorni della zona da incidere, onde evitare intrusioni, tra i lembi della ferita, di flora e fauna altamente infettanti: intrusioni le cui conseguenze, in casi di particolare gravità, possono spingersi fino al decesso del terreno ingravidato. Si procederà dunque allo sterminio totale di entrambe le effe sino a una distanza minima di duecento metri da ogni punto del segmento di retta che si prenderà a immagine mentale del taglio venturo e il cui tracciato si potrà all’occorrenza esplicitare percorrendolo con un erpice o un aratro a dischi a trazione meccanica – rispettivamente per terreni soffici e tenaci –, facendo uso degli strumenti di morte più efficaci a seconda della composizione del terreno e delle condizioni atmosferiche. Il semplice buon senso ci sconsiglia, è vero, di effettuare operazioni in giornate particolarmente ventose o piovose; può risultare d’aiuto, tuttavia, approfittare del periodo di maggiore friabilità immediatamente successivo a un temporale o a una pioggia continuata, previo accertamento, ben inteso, del carattere non aggressivo della pioggia stessa, nel qual caso smuovere il terreno facilitando la penetrazione del liquido in profondità  equivarrebbe a esporre l’operazione a un altissimo rischio di morte o di danni permanenti per il feto.

In generale, la disinfestazione per mezzo del fuoco è la più semplice ed economica e, per ragioni di sicurezza, a parere di un’ampia maggioranza di esperti in materia, la migliore: si rischiano effetti collaterali a lungo e medio termine, infatti, con l’utilizzo delle numerose armi chimiche in commercio a base di nervino, ricina, lewisite o iprite, anche nel caso di minimi errori di dosaggio o di applicazione: errori in effetti molto comuni e difficili da evitare. In assenza di detti errori, tuttavia, l’efficacia delle armi chimiche è superiore a quella del fuoco e la possibilità di sopravvivenza di organismi nocivi è pressoché nulla, fatta eccezione per alcune rarissime specie di batteri ad adattamento lampo, sulla cui eventuale presenza sono doverosi accertamenti preliminari che, a risultati positivi, rendono inevitabile l’attuazione di specifici protocolli sui quali non è possibile diffondersi in questa sede. Anche con il fuoco, va da sé, esistono dei rischi, tra cui quello di un impreciso o mancato contenimento dell’incendio. Se però, come si è detto, nel caso delle armi chimiche l’errore è molto comune finanche tra le squadre d’intervento più preparate, nell’opzione preparatoria a base ignea il rischio cui si è accennato può tradursi in un pericolo reale solamente in presenza di personale incompetente che operi per giunta in maniera distratta e grossolana. Per fortuna, l’epoca dell’improvvisazione chirurgica è terminata da un pezzo. Un rischio più verosimile, che può concretizzarsi a prescindere dal buon livello di contenimento delle fiamme, è quello legato a una eccessiva evaporazione di liquidi nella fase immediatamente precedente al parto, la qual cosa può avere conseguenze negative di due tipi: in primo luogo, la parziale disidratazione del terreno e del nascituro con il contestuale malumore di quest’ultimo e il conseguente massiccio impiego di liquidi artificiali compensativi – i quali, sia detto per inciso, costituiscono una voce di spesa di non secondaria importanza –; in secondo luogo, la dispersione del vapore spermiforo che, già reso inane per effetto dell’affumicatura, andrebbe per giunta a impattare contro nubi inadatte al compito di trasportarlo correttamente sopra un altro territorio fertile: di rado, infatti, si formano nuvole trasportatrici in corrispondenza di una zona di gravidanza, poiché rare sono le nuvole di questo tipo che non si costituiscano proprio a partire dall’evaporazione dei liquidi spermifori postparto. Il ciclo cui alludiamo – l’interruzione del quale è da evitare con ogni mezzo – è fondamentale per la continuità delle fecondazioni e tanto più vitale in un’epoca in cui assistiamo a una costante diminuzione delle nascite: non un solo parto dovrà quindi concludersi in se stesso, se si vuole scongiurare il pericolo, purtroppo non inverosimile, di una prossima natalità zero. È perciò consigliabile, sul terreno di ogni intervento, l’utilizzo di rilevatori e compensatori di umidità a veridica resa, che hanno ormai soppiantato i vecchi e approssimativi modelli a risposta q.b.

Qui il primo estratto da DERIVA

Qui il terzo estratto da DERIVA

DERIVA – Romanzo inedito – Estratto 1 di 3

Man mano che il villaggio s’allontana alle nostre spalle e la via sterrata sale per il colle, in cima al quale il quadrivio ci attende, il dialogo si fa disancorato e di àncora svanisce perfino l’idea: incomincia nella passeggiata, tra quattro labbra o due o nessuna, la deriva.

Incisione anonima rinvenuta in una grotta sul versante occidentale del monte Asosubi

Elaborazione di un disegno di Elmerindo Fiore

Dovrei forse limitarmi a ciò che conosco, attimo per attimo, di quanto mi circonda: non tentare sortite, voli, viaggi, induzioni e deduzioni, ipotesi, soluzioni: questo balcone strettissimo, per esempio – ho prepensato striminzito e voglio annotarlo –, questa sedia, questo tavolino quasi incastrato tra la parete e la ringhiera, questa valle e le costruzioni arroccate a mezza altezza sul monte al di là della valle, quest’ora che precede l’alba propriamente detta – propriamente? – in cui il profilo del monte – perché profilo? la facciata? – fuoriesce appena dall’oscurità con la sua linea tenue di un colore che, questo, ecco, appunto, non so, e quindi mi arresto sulla soglia di questo colore, il mio orizzonte fisico e insieme mentale. Che strano pensare che quanto vedo di più lontano, la linea e le luci arroccate laggiù – venticinque chilometri? trenta? ecco l’immagine involontaria di uno sciame di efelidi su una spalla femminile – è ciò che meglio conosco, in questo preciso momento insonne e tiepido, seduto a questa sedia, mentre gli immediati dintorni si perdono ancora nel buio, perché qui e ora, su questo balcone, è ancora notte, e io sono un’isola di percezione nella notte, che al di fuori del cono di questa semplice lampada pensile assicurata alla meno peggio alla grondaia, piccolo faro impotente, può solo intuire: non saprò ancora per mezz’ora, o forse più, se le cose che credo note riappariranno in un altro giorno che chiamo oggi ma oggi ancora non è: il balcone dei vicini a sinistra, la torre esagonale sul tetto di fronte, in basso, che spunta dal vicolo sottostante, il fastidioso cadavere di antenna di fianco alla torre che sfregia il panorama, il pino dietro la torre, un pino che la supera in altezza di almeno quattro metri, il cortiletto qui sotto, su cui mi capita a volte di affacciarmi e in cui convivono alla rinfusa piante in vaso e mastelli per la spazzatura, l’invasione saturante di rondini urlanti e a destra la finestra dell’altro vicino, in questo stesso condominio. Tutto ciò lo saprò di nuovo oppure no, ma solo fra poco. Per ora, il mondo è altro. A tratti mi sembra che il monte, e le luci, e la linea dell’orizzonte incomunicabilmente colorato, siano un unico corpo in movimento che vedo allontanarsi con una calma animale che io, ecco, anche questa, non conosco, e quindi mi arresto sulla soglia di questa calma animale e torno al mastodonte che mi sembra di vedere – dato che mi sembra, lo vedo – e che riesco a pensare più facilmente della maggioranza delle cose che accadono qui, a me – se ho difficoltà a pensarle è forse perché mi accadono un po’ meno di quanto io supponga, e se alcune non riesco a pensarle è forse perché non accadono realmente, o almeno non accadono a me – o che invece di accadermi semplicemente sono con me – che riesco a pensare meglio, questo mastodonte, dicevo, per esempio, di Sofia, che dorme di là, immune da insonnia e di cui in questo momento, su questo balcone, posso dire solamente che esiste meno di quel blocco animale e pietroso a un tempo che nei miei occhi si allontana alla deriva, continente che si separa da questo e per il quale, forse, vorrò un giorno imbarcarmi viaggiando come si racconta gli umani facessero un tempo, solcando il mare che posso immaginare tra noi prima che ricompaiano o meno i campi coltivati e le colline dolci, appena accennate, e le abitazioni sparse nella valle e le macchie boschive, verso il quale vorrò forse navigare in un personalissimo 1492 per riscoprire qualcosa che, ecco, di nuovo, ignoro perché si è troppo allontanato – ogni cosa si allontana, presto o tardi – e allora meglio tornare qui, ora, su questo balcone, da ogni congetturale America, a questo vento che pure conosco, questo sì, senza bisogno di contorni, contorni che però già la luce impresta ai miei sensi, prima di quanto avessi supposto. Ecco allora il profilo della torre, il pino che la supera, l’antenna disastrata e irritante, ecco il balcone protruso dei vicini a sinistra e la finestra del vicino a destra, quasi a portata di mano, ecco un primo sentore di rondini ed ecco, forse, che anche Sofia acquisisce nuovamente e appieno la sua esistenza, in camera da letto. Ma volevo dire ora del vento e non di Sofia, e non di Sofia che non posso conoscere – avrà davvero fatto irruzione, quella notte, nel mio vecchio monolocale, nel mio angusto monoloculo in via Crea? la troverei davvero tra due stanze, ora, se andassi a controllare? e se non è il suo contagio a farmi tendere all’esterno allora cosa? –, non di Sofia ma del vento onnipresente che ancora per un minuto m’illude di increspare la distesa oceanica che vuole affondarmi coi suoi marosi mugghianti, a centinaia di miglia da ogni costa, che a ogni costo navigherò indenne fino a quando non saranno del tutto ricomparsi, come ora e come qui, su questo balcone, il monte e la valle, e potrò andare in cerca della parte equorea del mondo solamente eludendo la luce, palpebre mie in aiuto, e solamente per pochi istanti ancora, perché oggi è definitivamente oggi, e mentre vedo confliggere l’orizzonte con una nuvolaglia poco promettente, fatta a strati, il lavoro mi chiama, e io devo andare – o tornare? – quando è del vento che vorrei dire, il vento spaventoso che s’incanala nei vicoli e nelle grondaie e, sospetto, nei fori dei nostri corpi e arriva a farmi orrore quando sposta di tre centimetri ogni cosa su questo pericolante pianeta e puoi solo sperare che ancora una volta la struttura regga, la struttura che, ecco, anche questa, non conosci, e ti limiti allora ad ascoltare il discorso del vento senza capirci un’acca, mentre quello, magari, ti sta condannando per un futuro talmente prossimo da chiamarsi presente.

Qui il secondo estratto da DERIVA

Qui il terzo estratto da DERIVA

Esterni

Tra luglio e settembre 2020 sono apparsi su caratteri nascosti, il blog di pièdimosca edizioni, trenta miei testi raccolti sotto il titolo Esterni. Solo quattro di essi erano precedentemente apparsi in rete, tra cui il primo della serie, Diluvio. Cliccando sul titolo o sull’immagine sottostante è possibile iniziare la lettura e proseguire nell’ordine di pubblicazione – il mio itinerario in questo libro potenziale, ovvero la mia interpretazione – o affidarsi ad altri percorsi.

Le cose inutili

CoseInutili_FronteLe cose inutili torna in libreria dal 31 marzo 2020 nella collana ossa di pièdimosca edizioni. Una nuova edizione, riveduta e corretta.

Quando Vlado Merletti ricompare al Baranoia, dopo un lustro di assenza e un divorzio mal digerito, non tutto è rimasto immutato.
Irene Abbandando, ex signora Merletti, ha riscosso un successo mondiale grazie all’invenzione delle mutandem; Marilena, unigenita di Vlado e Irene, intrattiene con l’erudito libraio Fosco Bruno Toddottidi una relazione sensoriale a dir poco inconsueta; lo studente Antonio vede il suo destino impennarsi grazie alla signora Abbandando; al Baranoia, l’attenzione alle pulizie della proprietaria Linda ha assunto i connotati di una mania e le conturbanti Marca e Davida non sono, forse, semplici cameriere… Nelle pieghe degli eventi si muove e agisce l’aleatoria Compagnia degli Atti Inutili.
Tra un presente, un passato e un futuro ugualmente improbabili, il romanzo si sposta avanti e indietro nei cinque anni in cui, da punti sparsi del globo, Vlado Merletti invia ad Amando e Gioio, compagni di bevute, le sue indagini su «oggetti decontestualizzati».
Una serie di svelamenti e situazioni paradossali mostrerà che ogni cosa può essere osservata da infinite prospettive e che la stessa nozione di esistenza è inafferrabile come un fugace starnuto verde in fondo a una via.

L’incredibile storia vera del signor Filippo

Il signor Filippo entra in un negozio di abbigliamento e nota, per puro caso, una camicia molto bella, quasi nascosta dalle altre.
Ma bella davvero, non tanto per dire.
Semplice, per carità, ma davvero bella. Sobria, questo è certo, ma bella davvero. Un modello un po’ vecchio, non lo si vuole negare, ma davvero bella. Nessun segno particolare, s’intende, ma bella davvero.
Quando la sgancia per guardarla meglio, si accorge che quattro uomini – gli unici altri clienti in quel momento – gli si stanno avvicinando. Allungando un po’ le mani sul colletto, sulle maniche e sui bottoni, prendono a commentare, entusiasticamente, le doti della camicia.
Il signor Filippo li osserva e capisce subito come stanno le cose: ognuno ha i suoi gusti.

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Questo racconto è apparso nella raccolta “Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi” (Gorilla Sapiens Edizioni).

Un verso

Tutto ciò che sta dietro le mie spalle scompare. Il bivio è tra immobilità e avanzamento.
Ciò che si trova un passo avanti, fra due passi non sarà. Decido questa via per guardare ogni cosa e persona per l’ultima volta.
Il nulla, dietro, non mi fa paura. È nulla.
L’amore, forse, è qualcuno che mi viene incontro nonostante. Oppure qualcuno accanto, che rischio di eliminare con un passo fuori tempo, che allo stesso modo rischia di eliminarmi.

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Questo racconto è apparso nella raccolta “Volevo fermarmi a tre righe ben scritte” (Gorilla Sapiens Edizioni).

Interferenza

Piccole pietre levigate. Il bagnante, solitario, ne sceglie una. Ora prono ora supino sul telo da mare, la maneggia a lungo, come lavorandola, saggiandone la durezza impenetrabile, la temperatura da sole passivo.
Si dimentica, circumnavigandola, in ampiezze irregolari e gradazioni di grigio.
Insegue testardo una regola. Inseguendola impara il sasso a memoria senza afferrarla.
Coi pensieri aderenti a morbide curve – un sopracciglio una virgola un seno una campana di Gauss un bilancio in lieve discesa un accenno di cresta un’orbita satellitare – riprende il segno della storia da leggere, che subito gli s’interrompe negli occhi.
Torna a massaggiare la pietra, a strofinarla; arriva a invidiarne la superficie senza ostacoli, l’aspetto di uovo irregolare.
Quando l’appoggia sul blu notte dell’asciugamano avverte un’amputazione.
Torna a possederla nella destra, allenta la presa e di nuovo la lascia andare, spaventato.
Volge lo sguardo al mare, si alza e s’incammina.
Non riesce a immergersi. Un dolore insiste al centro delle mani.
Torna in fretta, si riappropria dell’oggetto, lo percorre con ogni dito, con attriti d’unghie, poi stringe.
Sono efelidi su una spalla una carta d’imbarco portici una torre un castello un occhio più mobile del suo compagno un’auto gialla l’istante in cui si sceglie una pietra letto diviso caffè col sale ulivo potato mazzo di chiavi serranda taglio emorragia lucciole erezione costume viola anello rubato turbolenza estero montaggio video traslochi indifferenza porta sbattuta intonaco a terra contemplazione di un morto… tutti punti in cui inizia la stessa storia, irraccontabile.
Un punto in cui finisce.
Sulla spiaggia di Sant’Agata troveranno un telo da mare, un libro, una pietra pesante.

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Questo racconto fa parte della serie inedita “Esterni”. È apparso per la prima volta su “Grande come una città”.

Diciotto

Chiavi di casa simboliche in mano.
Mia madre mi prende da parte e mi dice non sono tua madre, sei uscito da un quadro di tela, arrivato da un mare dipinto che tengo in soffitta.
Ero tutto bagnato, gambe molli di sabbia di acqua di sale ferite in più parti da scogli da denti e conchiglie spezzate.
Mio padre è il pittore che ha smesso i pennelli quando ha saputo, che è morto incolore come bozza scartata.
In stanza una chiazza che guardo sdraiato dal letto, soffitto che argina un mare e un sospetto: sorella o fratello.
Mia madre è mia madre, mi dico, se solo mi sforzo non sento la d.

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Questo racconto è apparso nella raccolta “Volevo fermarmi a tre righe ben scritte” (Gorilla Sapiens Edizioni).

La verità su Marcello Varese

Chi afferma che Marcello Varese volle morire – che in altre parole commise deliberatamente suicidio – incappa a mio avviso in un errore di prospettiva. Più che decidere di porre fine alla sua esistenza, infatti, egli stabilì, semplicemente, di rimanere lì dove e com’era, migliorando di fatto la sua condizione. Solo in seconda battuta, sospetto, si rese conto dell’inevitabile conseguenza della sua autoimposizione. Ma a ciò, voglio credere, non diede – a ragione – alcun peso.
Per chi conosca la vicenda di Varese non per mero sentito dire, ammettere che la sua posizione – è il caso di dirlo – fu vantaggiosa, non sarà difficile.
Il fatto è che Varese soffriva di scomodità cronica, e chi vuole vedere in ciò qualcosa di metaforico o simbolico ancora una volta sbaglia. La disabitudine a considerare i fenomeni per quello che sono, congiunta all’abitudine di fingere arguzia o profondità, fa spesso deragliare dalla verità della superficie.
Marcello Varese stava scomodo senza fronzoli, stava scomodo solo e soltanto fisicamente: da seduto, all’impiedi, sdraiato, sospeso, a quattro zampe, acciambellato, a braccia e gambe aperte, appoggiato a un palo, con lo sguardo all’insù o all’ingiù, in sella a un motorino, mentre faceva l’amore, immerso in un liquido con una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del volume del liquido spostato, con un dito nel naso, con una mano nelle mutande, nel box doccia o nella vasca, nelle sere d’estate e nei mattini d’inverno, quando ruttava, quando evacuava, quando rispondeva al telefono, quando non rispondeva alle e-mail. Ed era talmente abituato a tutto ciò da non esserne cosciente: essendo sempre stato scomodo, non conosceva la comodità. Dunque, tutto sommato, non si può dire fosse stato davvero scomodo fino a quella fatidica notte.
In effetti, fin lì, la sua vita era stata felice, nonché esemplare: uomo onesto, sposato e innamorato al tempo stesso, due adorabili bambine, docente universitario, cuoco per passione, generoso per trasporto, sorridente per abitudine, spiritoso con gli ospiti.
Se il piede sinistro non gli si fosse ingarbugliato nel lenzuolo durante una torsione notturna in un rifugio sui Pirenei nella seconda nottata della sua consueta settimana annuale di ritiro dal mondo, impedendogli di completare a dovere detta torsione, Marcello Varese non avrebbe mai sperimentato l’unica posizione comoda possibile per il suo corpo; di conseguenza non avrebbe intuito di aver trascorso un’intera esistenza in assenza di agio; in più, non avrebbe mai preso la decisione che gli costò la vita, basata sulla constatazione che quell’agio valeva più di tutto il resto e questo è tutto, per come la vedo io, su Marcello Varese.

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Questo racconto è apparso nella raccolta “Sottrazione” (Gorilla Sapiens Edizioni).