Un’estinzione imprecisa

sand-1627059_1920Rimangono al mondo pochi esemplari di vero buio: non il buio che si racconta o che si vive abitualmente, suo discendente sbiadito, lontano generazioni, annacquato, involuto. Ne rimangono pochi esemplari, sopravvissuti chissà come a un’estinzione imprecisa. Ma non si riproducono: scompariranno anch’essi.
Uno si trova nell’ultima stanza a sinistra del piano superiore di questa casa, in aperta campagna, distante ottocentoventi metri dalla più vicina strada carrabile. Dentro questa casa esiste un uomo che una volta ha avuto tredici anni ed è stato al mare, in villeggiatura, per trentuno giorni consecutivi, equivalenti a un mese di luglio.
Il momento peggiore erano le dodici e trenta, quando la madre ripiegava i teli da mare, riponeva il pacchetto di sigarette in borsa, si avvolgeva il corpo in un velo fiorato sopra il costume da bagno e gli faceva segno di andare prima di chiedergli cosa volesse mangiare per pranzo, sorridendo a sproposito.
Lui conosceva a memoria, come tappe di un calvario imparato a lezione, la successione delle immagini nel tragitto dalla spiaggia all’appartamento in affitto: la passerella di cemento insabbiato accanto al bar che immetteva sulla stradina asfaltata; la buca a forma di mela – questa la sua interpretazione – nella quale si potevano osservare gli strati precedenti di asfalto, via via più chiari, almeno tre; la palma malata che spuntava giallognola da un muro a secco altro due metri e mezzo; i piedi gommati dell’espositore arrugginito accanto all’edicola, subito dopo la svolta a sinistra…
A sproposito, sorrideva la madre, poiché le successive quattro ore e mezza di cui quel momento a riva segnava inesorabile l’inizio – era proibito tornare in spiaggia fino alle diciassette: riposo, pericolo d’insolazioni, tempi dilatati di persona adulta – erano per lui invalicabili blocchi di tempo, mostri ciechi e angoscianti dalla lentezza esasperante: durata non sua.
Costretto a letto o seduto a una sedia in cucina o inghiottito dalla poltrona in soggiorno, dopo pranzo, per il sonno leggero della madre – le proteste assonnate ma violente al minimo scricchiolio – tra il fastidio delle zanzare, il caldo, la luce segmentata dalle tapparelle serrate su pareti quasi completamente spoglie e il russare della madre dal sonno leggero, il corpo che si sforzava di addormentarsi e la mente a contraddirlo senza tregua, il russare dirompente della madre dal sonno leggero di là da una porta socchiusa.
Chiudeva gli occhi, convinto che a chiuderli a lungo sarebbe arrivato il sonno: si sarebbe accontentato di un sonno leggero come quell’altro. Non arrivava, così teneva gli occhi aperti nella speranza di stancarli. Una volta stanchi li chiudeva di nuovo, ma ripeteva l’identico ciclo fissando a intermittenza lancette che parevano immobili, enumerando tutto ciò da cui era separato da troppi giri di lancette che parevano immobili.
Allora fissare qualcos’altro, dopo il decimo o undicesimo giorno, gli parve una soluzione, se non una soluzione un diversivo, se non un diversivo una cosa di una materia diversa dal tempo, una cosa che non fosse l’oggettivazione del tempo fatta di lancette nere e aritmetica semplice – una semplicità spietata – di somme di numeri interi e giusto qualche frazione, senza troppe complicazioni, perché il dolore parla una lingua immediatamente accessibile, senza figure retoriche, evidente come un due più due, almeno fin dove – fin quando – un due più due appare evidente a un essere umano.
La porta del ripostiglio dietro la quale esisteva un esemplare di buio autentico – l’avrebbe scoperto al quindicesimo o sedicesimo giorno – fu l’oggetto del suo sguardo prima di essere sostituita dall’interno, dal buio stesso a cui una vista acerba faticò molto ad abituarsi, trattandosi come si è detto di vero buio – non il buio che si racconta o che si vive abitualmente, suo discendente sbiadito, lontano generazioni, annacquato, involuto.
Ma il palazzo in costruzione, visibile dalla finestra della cucina… Entrare nel ripostiglio, attendere un’ora, forse un’ora e mezza, e riconoscere il buio senza appello, sapere che la vista si è abituata quando non vede in maniera perfetta, distinguere dopo giorni una figura all’angolo, anzi un respiro, poiché qui non è data la vista, respiro in levare tra il battere della madre dal sonno leggero che russa, respiro di una figura non vista ma perfettamente visualizzata: salivazione abbondante, lungo manto nero, denti predatori; volerle bene in progressione: meno, come, più che a tutto quanto esiste al di qua e al di là dei blocchi di tempo pomeridiano.
Ma il palazzo in costruzione, visibile dalla finestra della cucina, coi pannelli in vetro che gli operai incominciano a montare dal basso e di cui una rifrazione fortuita, il giorno del primo contatto – come un palmo di mano che accarezza una testa di gatto – l’interrompe.
Il pianto in auto, durante il viaggio di ritorno; la madre che lo guarda benevola e dopo un’ora di disperazione lo informa che no, una rifrazione non può uccidere il buio se il buio è autentico; la madre che sapeva tutto anche mentre russava nel suo sonno leggero, il figlio che giura a se stesso di ritrovare, lì o altrove, lo stesso buio, lo stesso respiro; la madre allettata nella penultima stanza a sinistra del piano superiore di questa casa, in aperta campagna, distante ottocentoventi metri dalla più vicina strada carrabile; nessuno che possa collegare i tre corpi sbranati quarantadue anni fa sulla costa orientale di questo paese ai dodici nell’entroterra negli ultimi due anni: le stesse ferite di denti animali sul volto, lo stesso pelame bruno sotto le unghie e sparso sul corpo, lo stesso sonno leggero, lo stesso palmo di mano nella stessa carezza, nessun edificio in costruzione, nessun viaggio di ritorno.

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