Diluvio

rainSotto uno striminzito balcone, c’è appena spazio per la ragazza senza ombrello. La pioggia battente da più di mezz’ora, a scrosci impietosi, è diritta e pesante nei dintorni del tramonto.
Dal lato opposto della via, benché la distanza sia breve, si distingue a fatica, tra innumerevoli interferenze acquose, l’insegna ad arco luminoso delle figlie di San Camillo; il 409 si affatica e quasi nuota nella strada fatta pozza.
Al di qua della volontà, un esercizio d’infanzia ritorna per noia: catturare con gli occhi una singola goccia, agganciandola nel lampione illuminato qualche metro sopra il capo per accompagnarla fino all’incontro col suolo: interrompere il flusso di processi non còlti. Età differente, identica frustrazione.
Se per un movimento accidentale del capo, però, un’incalcolabile frazione di tempo e un irrintracciabile itinerario di luce s’incontrassero, di ogni goccia s’ingrandirebbe a dismisura il contenuto, come sotto uno sguardo d’impossibile lente, e lente si vedrebbero le gocce cadere con ulteriore manipolazione di tempo.
In una, un millimetrico signore saluterebbe, distinto, a precipizio; in altra, fortezze si schianterebbero al suolo in crolli formidabili; di qua un intero pianeta si sfalderebbe con sordo tonfo di tuffo inesperto; di là un sistema solare si accartoccerebbe in un attimo su un tetto di automobile: nanometriche apocalissi e universi suicidi riempirebbero a miliardi un solo decimetro quadro, un solo secondo di una sola giornata di precipitazioni.
Invece la ragazza, dato che ora spiove, abbandona il suo incerto riparo contro la pioggia – nient’altro che pioggia – come abnorme ignara umida galassia che si scrolla di dosso resti di guerre e catastrofi stellari.

Questo racconto fa parte della serie inedita Esterni. Diluvio è stato già pubblicato sul blog degli Squadernauti insieme a Rotazione, qui. Un altro esterno, Transito, è su questo blog, qui.

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  1. Pingback: Rotazione | Carlo Sperduti

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