Uno

uiversoQuestione di contenitori. Io sono il contenuto, mai sciaguattante.
Chiuso in una tuta speciale e incollosa, costretto a indossarla perfino ad agosto, mi espanderei di tutto corpo alla minima esposizione, riempiendo il contenitore di grado più alto. Un dirigibile, un’auto, un aereo o quel che volete: aderirei dall’interno alle loro pareti sfrattando lo spazio.
Evado soltanto di notte, lontano da tutti, nella certezza di non disturbare uccidendo. Mi prendo il mio spazio di sonno, i metri cubi della mia stanza in cui sottovuoto non c’è da russare. La stanza è munita di opercolo a tempo, pressurizzato, che al canto del gallo si apre. Da lì invado un tubo fino a cadere in un’altra, identica tuta, che mi risucchia e si chiude da sé.
Eppure una volta, a verifica di quest’uomo studioso – per capire se abbia mai avuto ragione in teorie e paroloni – vorrei denudarmi all’aperto e tentare i confini, se ce ne sono. In tal caso arrestarmi a me stesso. In caso contrario, inesauribilmente derivare.

Questo racconto fa parte della serie 1 al giorno.

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