Ottocento chilometri

Sono fatto così: mi è sufficiente focalizzare il pensiero su una persona qualsiasi, non necessariamente un’amicizia o una conoscenza di frequente avvistamento tra le vie. Può bastare qualcuno incontrato tre volte nell’ultimo anno a guastarmi la villeggiatura.
Ecco che, a ottocento chilometri di distanza, visualizzo l’ottico in camice di cui non conosco il nome e il fegato incomincia a rodermi, non avendo modo di conoscere le sue azioni, in questo momento, nei luoghi che sono miei, di cui sono geloso fino all’insonnia.
Trascorro due settimane di ferie ipotizzando itinerari a me cari, aperitivi nel bar di Massimo, conversazioni incidentali con Anna e Giuseppe, spese nell’alimentari di Concetta.
Giunto al limite della sopportazione per questa vile invadenza, anticipo di tre giorni il rientro e mi precipito al negozio dell’ottico per dirgliene quattro. Lo trovo chiuso per ferie.

occhialiQuesto racconto fa parte della serie 1 al giorno.

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