Trentunomila piedi

aereoDal sedile interno in terza fila, lato destro del corridoio, Susy che istruiva i passeggeri, presentava l’equipaggio, s’imponeva: a me, che non dormo in aereo nemmeno coi sonniferi, nemmeno affogato nel vino.
Sorrideva, Susy, rideva e sorrideva di continuo, in piedi o sul seggiolino dando la fronte ai primi sedili. A volte mi guardava e sorrideva, o rideva e mi guardava.
Col mal di testa della discesa non ce l’ho fatta più a guardare Susy ridere e sorridere: le tempie pulsanti che volevano esplodermi, le lacrime dagli occhi, il moccio dal naso. Quindi, bando alle regole, mi sono alzato e l’ho raggiunta, le ho afferrato a due mani il colletto bianco e sudando, rauco, a voce debole ma minacciosa, le labbra a un centimetro dalle sue e gli occhi negli occhi, le ho chiesto cosa ridi, Susy?, le ho domandato Susy, mi vuoi spiegare che cazzo ridi?
Allora Susy ha messo il broncio, e il primo vuoto d’aria è stato il preludio di un raro caso di ammaraggio.

Questo racconto fa parte della serie 1 al giorno.

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