Pareti discordanti – un racconto da “Sottrazione”

SOTTRAZIONE_COVER_def_singolaNon mi è chiaro perché lo feci, data la mia abitudine a seguire le regole e il costante timore di attirare l’attenzione. Il fatto è che mi distaccai dal gruppo approfittando di uno dei rari istanti – forse l’unico – di distrazione simultanea dei tre accompagnatori, infilandomi in un cunicolo chiuso al pubblico.
Le catacombe, ci avevano spiegato, si estendevano per circa diciottomila metri quadrati: il labirinto visitabile, illuminato, era solo una piccola porzione di quello potenzialmente esplorabile, buio, dislocato su tre livelli di cui il più superficiale era anche il più antico.
L’interesse per i loculi, per le pietre tombali, per gli affreschi a tema cristiano si era fatto da parte dopo l’avvistamento dei primi graffiti autografi, più o meno leggibili a seconda dei casi. La guida ce li aveva indicati all’ingresso di una cappella sotterranea, ancora funzionante una domenica al mese. Il più vecchio risaliva agli anni settanta del diciassettesimo secolo; i più recenti al periodo della Seconda Guerra Mondiale. Tra quelli di innumerevoli sconosciuti erano incisi nelle pareti di tufo anche i nomi di qualche soldato statunitense e di una manciata di nobili, accompagnati da motti il più delle volte banali o pretenziosi. Gli atti vandalici, pensai, si trasformano col tempo in testimonianze degne di visita turistica; se avessi tentato di scrivere qualcosa io, su quei muri, sarei stato un vandalo agli occhi dei miei contemporanei lì riuniti: il tempo documentato si sarebbe fermato, lì sotto, agli anni quaranta del Novecento, dopo secoli di accumulazioni di ogni sorta. Da quel momento, la storia si sarebbe solo conservata, mai sviluppata.
catacombePercorsi a passi lenti, nel buio più completo per non essere localizzato, una cinquantina di metri, poi mi servii della torcia del cellulare. Il cunicolo sembrava identico agli altri, fatta eccezione per una tibia appoggiata a terra in una rientranza: il percorso guidato era stato infatti liberato da tutte le ossa umane. La percezione di quella differenza mi restituì una sensazione d’artificio che m’invogliò a esplorare ancora. Puntai la luce in ogni direzione trovando una deviazione a sinistra. Era un passaggio molto stretto: potevo a malapena camminare frontalmente, le mie spalle ne sfioravano le pareti a ogni movimento. L’aria si faceva più viziata e il suolo più sconnesso. Quando le pareti si strinsero ancora ebbi un po’ di timore, ma non tardai a rassicurarmi, tra me e me: non avevo fatto molta strada, sarebbe bastato tornare sui miei passi in caso d’impossibilità a procedere. Così avanzai, camminando ora di lato, ma con sorpresa, poco dopo, le pareti si discostarono l’una dall’altra conducendomi agevolmente in una sala bassa ma spaziosa, con un soffitto a cupola tempestato, come le pareti laterali, di graffiti.
Le calligrafie si accavallavano come scarabocchi, alcune parole e nomi si perdevano negli altri o si rendevano vicendevolmente ambigui. In un angolo era scritto quello che mi parve un racconto: incominciava con la descrizione di un prato in estate e di due corpi tra l’erba, ma poi il suo tono nostalgico si confondeva con la parete, che tornava di un grigio-marrone indecifrabile appiattendo la scrittura, annullandola come fanno le onde a riva o come fa il tempo a certi ricordi. Presi a leggere le iscrizioni senza un criterio, passando da una parete all’altra e poi al soffitto e poi di nuovo alle pareti. Lessi così a lungo che mi parve di intuire un ordine – vizio della mente umana – in ciò che era a tutti gli effetti un’accozzaglia di dati non organizzati. Lessi così a lungo che finii per incontrare la mia calligrafia, il mio nome preceduto dalla data e dall’ora esatte in cui le lessi. Finalmente ero diventato impossibile.

Questo racconto è contenuto in Sottrazione (Gorilla Sapiens Edizioni, 2016).

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