Mi muovo in un’area di dodici chilometri quadrati

stradaPer scommessa persa ho trovato la mia condizione: al pattuito chilometro a piedi al centro della statale ne ho aggiunto un altro, poi un altro ancora e non ho più toccato i lati.
Devo essere ormai per gli altri lo scemo del villaggio, il personaggio popolare da additare all’amico di fuori spiegandone le strane abitudini per cavarne due o tre risate. Alcuni, più in malafede, mi crederanno tossico.
Dipendo invece da questo energico soffiare di vetture e specchietti in equilibrio d’aria su due versi di una stessa direzione, ininterrotto al ritmo degli sguardi di guidatori e passeggeri; dipendo dal non dover giustificare una scelta di cui tutti, dietro il dileggio di rito, chiedono giustificazione, da questa finzione fortificata che non ho dovuto neanche prendermi la briga di innalzare ma che loro hanno eretto per me: proteggendomi credendo di proteggersi; salvandomi credendo di escludermi fingendo di includermi.

Questo racconto fa parte della serie 1 al giorno.

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