Calcio Emilio Gadda – Appunti per una saggistica aleatoria

palloneParlare di calcio – è un fatto – risulta facile ai più. La rete, i giornali, la televisione, ancor più le conversazioni in strada o al bar: pallone ovunque e a tutte le ore, tanto inesauribile è il campo.
I pochi esclusi paiono alieni malamente integrati: alcuni serrati in una rocca di snobismo in cui non di rado al pallone si sostituisce un più tormentato, affettato pallore; altri sinceramente disinteressati. Che ne sarà di loro? Siamo preoccupati ma non intenzionati ad affrontare il problema in questa sede.
Parlare di calcio, si diceva, risulta facile ai più. Ma è sufficiente operare il più semplice degli elevamenti a potenza, chiederci se e come sia possibile parlare di parlare di calcio, ed ecco che un ventaglio di prospettive inedite ci si spalanca in testa a nostro rischio e pericolo.
Scegliamo qui di evocare una situazione tipo che varrà a chiarire, cioè a complicare, il discorso che s’intende portare avanti – discorso che vuole suggerire un campo d’indagine ma non certo esaurirlo, data la sua complessità, o esaurire una delle sue parti –: la visione collettiva di una partita di calcio.
In tale fenomeno, così familiare a ogni italiano e italiana, sarebbe difficile individuare alcunché di inconsueto se non si attuasse il detto elevamento a potenza. Ci troviamo infatti di fronte ad almeno due modalità – diremo due piani paralleli – di discorso sul calcio, ognuno dei quali presenta non trascurabili difficoltà di analisi: quello degli spettatori riuniti davanti allo schermo televisivo; quello dei commentatori ufficiali.
La lingua di quest’ultimo piano, della telecronaca, è un articolato miscuglio di anacronismi lessicali – non infrequenti desueti dannunzianismi –, termini tecnici squisitamente calcistici, concessioni a una prosa più piana e accessibile, giochi di parole non sempre felici, nomi e cognomi provenienti da ogni parte del globo, iterazioni di formule. Sono inoltre riscontrabili, nei cronisti, un’ossessione per l’esattezza del dato e una indefessa mania per la statistica.
Il primo piano, quello dell’ipotetico gruppo di spettatori da casa – soprattutto nelle medie e grandi città originari di più zone della penisola – è invece incline al turpiloquio, alla facezia, ai dialetti arcaici e non, al campo semantico delle deiezioni umane e degli organi a esse correlati.
Fermiamoci per il momento qui – accenneremo più avanti come questi non siano i soli elementi in gioco – per una prima constatazione.
carlo-emilio-gadda1L’impasto sonoro risultante dalla sovrapposizione dei due piani di discorso brevemente tratteggiati sembra riportarci, con la sua deflagrazione di lessico, a quel magma di oggettività, a quel garbuglio in cui tanto rimase impigliato l’ingegner Gadda – e di cui tanto si parlò per penna di Calvino in opposizione prospettica a certi francesi, Robbe-Grillet e Butor su tutti, dentro e fuori le pagine de Il Menabò –; sembra ricondurre, l’impasto, a quell’eterna lotta tra un presunto imbrigliamento del reale, da operare coi mezzi di una lingua letteraria e specialistica, e le continue esondazioni di gerghi dialetti e materia fecale; ci immerge, l’impasto, in una tensione simile a quella dello stesso Gadda verso il romanzo compiuto, romanzo invece sistematicamente disgregato da digressioni e sempre incompiuto…
Di qui alle cosiddette neoavanguardie, di cui molti esponenti si compiacquero nell’autodefinizione di nipotini dell’ingegnere, proprio in omaggio a Carlo Emilio, il passo è breve.
Non è difficile, isolando anche pochi secondi della nostra partita, in questa sorprendente Babele tutta italiana, imbattersi in sequenze come profondità-fanculo-merda-lateralizzazione-puttana-soverchio-fairplay-vafammocc’.
Come non pensare ai montaggi, alle giustapposizioni di materiali eterogenei del primo Balestrini o ad altri esperimenti vicini ai suoi per clima ed epoca? Non si dava, lì, racconto lineare o romanzo d’impianto ottocentesco, si rifiutavano in prosa e in versi soluzioni accomodanti ritenute ormai sterili.
L’operazione di parlare di parlare di calcio, così, già a una prima analisi, diviene essa stessa un garbuglio.
Si pensi ora a un terzo livello di discorso, che definiremo non tanto parlare di calcio quanto parlare il calcio, rappresentato dai giocatori in campo e dagli arbitri e guardialinee, dagli allenatori e dalla panchina e, infine, a quell’altro ancora che è il pubblico degli stadi. E si pensino, tutti questi elementi, non solo attraverso il dato strettamente linguistico, ma considerando pure il linguaggio non verbale, quello corporeo che tanta parte fa nella comunicazione in campo: si pensi alle simulazioni, agli alterchi con gli avversari o con l’arbitro, ai modi di esultare per una rete, alle alzate di spalle e così via…
Siamo di fronte a una vera e proprio foresta retorica, in cui la vegetazione si sviluppa ad altezze variabili e confonde col suo fitto intrigo d’ombre.
Ci sono convenzioni narrative, sviluppi potenziali, personaggi primari e secondari… sono possibili e anzi quasi certe l’immedesimazione e la sospensione dell’incredulità.
Ecco apparire, accanto agli elementi d’avanguardia e sperimentalismo più sopra accennati, alcuni punti fermi di una narrazione tradizionale.
Ci sarebbe da capire se questa retorica sia o meno consapevole, nelle varie categorie umane che prendono parte a tale composito discorso, o se lo sia solo in alcune e solo in parte.
Il dubbio che si tratti di un ben congegnato, calcolato sistema di finzioni e funzioni narrative è forte. In caso, si tratterebbe di una coltissima operazione iperletteraria, in cui come si è detto si incontrano e rielaborano istanze di varia provenienza – forse con ironia e disincanto postmoderni – con cui sarebbe ora la critica facesse i conti, invece di incaponirsi su una sedicente narrativa contemporanea da troppo tempo fedele a moduli atrofizzati.

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