Alba

albaCiò che in molti avevano preso per demenza senile o per altri problemi mal definiti, nella signora Alba, era qualcosa di più semplice, insidioso e definitivo allo stesso tempo. Durante un pranzo di famiglia la signora Alba si era incantata nel mezzo di un commento sul ragù di cinghiale, aveva sbarrato i suoi piccoli occhi acquosi, in cui galleggiavano stupore e orrore, e non aveva mai più pronunciato una sillaba. Due generazioni di presenti avevano tentato di convincerla che in fondo il ragù non le era venuto così male, che nessuno di loro avrebbe saputo fare di meglio. Ma la signora Alba fissava il vuoto con movimenti di labbra convulsi cui non corrispodevano suoni o labiali decifrabili. La tragedia in atto non impedì a un paio di nipoti di abbandonarsi a una scarpetta, per quanto amara e debole di sale. La signora Alba venne visitata da dottori, amici, ulteriori parenti e un significativo numero di persone di cui qualcuno ricordava i lineamenti ma nessuno l’identità. Terminò la sua esistenza in un letto a due piazze, circondata da affetto, pessime battute e nostalgie di pietanze, senza possibilità di spiegare o spiegarsi l’accaduto. Nella testa della signora, incaponita su un sapore che non corrispondeva alla realtà, si erano disintegrati i pensieri, per poi riaggregarsi in una lingua ignota che Alba non capiva e che non ebbe modo d’imparare nei pochi mesi che le rimanevano. Straniera dentro se stessa, la signora Alba morì volentieri senza saperlo.

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