Senza sale

black-hawaiian-sea-saltLa paura può cominciare con un bambino. Ritrovarmi in auto con i miei e Diana è sempre tre problemi. Un problema è mio padre, un problema è mia madre, un problema è Diana. Mio padre sbaglia spesso strada nelle zone che non conosce e che io conosco perché svolta senza attendere che io gli dica dove svoltare: un chilometro diventa tre; mia madre, dopo aver assistito a uno spettacolo, non smette più di parlarne mentre mio padre sbaglia strada e io tento di indicargli quella giusta; Diana mi esplora con le mani: non è tanto l’imbarazzo a preoccuparmi, ma la situazione diventa ingestibile e poi anche le mie mani fanno la loro parte. Se ci ritroviamo in una stradina in discesa con una curva stretta a ridosso del canale, se ci ritroviamo intrappolati perché con la station wagon e le altre auto parcheggiate malamente non si riesce a fare la curva, se ci ritroviamo, non è colpa mia. Colpa né causa, non solo mia. Colpa e causa di non mio padre di non mia madre di non Diana. Ci vogliono tredici minuti a capire che l’unica soluzione è sollevare l’auto a mano e ruotarla di quindici gradi a destra, posizionarsi ognuno a un angolo ma non esternamente perché non c’è spazio, al di qua delle ruote non al di là, un due tre via, sollevare e mollare la presa prima di farsi molto male. Il primo tentativo è sfiatato, il secondo goffo, il terzo grottesco. La paura può cominciare con un bambino e una manciata di terra gettata sulla nuca mentre sei inginocchiato a riprendere fiato e fissi l’acqua che non smette di scorrere sul letto del canale, che fa il suo percorso senza intoppi e non teme curve né genitori né Diana, non teme nulla e non vuole neanche farti pesare che lei non teme e tu sì, che lei scorre e tu no, ma te lo fa pesare ugualmente col suo solo non stare là, ché è già andata e non è più quella ma è quella lo stesso. Altra terra mi arriva in faccia mentre mi volto e non ho ancora visto il bambino. Ostacolata la rotazione della testa, dell’auto, il movimento delle ginocchia per alzarsi ostacolato dai muscoli deboli, dalla terza manciata di terra, dalla quarta. Vedere il bambino, trovarlo sporco e spettinato, una maglia larga bianca, lunga fin quasi alle ginocchia. Allungare una mano verso di lui per impedire il quinto lancio e alzare finalmente lo sguardo su diciotto uomini armati dietro il bambino. Arretrare, vedere i miei che arretrano di meno, voltarsi e iniziare a correre con Diana alle spalle, prendere strade e vicoli a caso, rendersi conto che alla fine di questa strada c’è uno di loro, che in tutte le strade ce n’è uno, fermarsi mentre Diana mi supera, gridarle di seguirmi senza essere visto o sentito da Diana, perdere le tracce di Diana, imboccare una via a sinistra, essere fermato da un braccio che mi porge una confezione di cartine. Guardo l’uomo in faccia, è inespressivo, fa un cenno col mento per invitarmi a prendere le cartine. Prendo le cartine senza chiedere spiegazioni, ne estraggo una: c’è scritto a penna senza sale, dal lato della colla. È un indizio che mi salverà, riprendo a correre, torno indietro e davanti a un cancello vengo fermato da un altro uomo che estrae da un busta una fotografia. La guardo per un quarto di secondo e ho già visto tutto, distolgo lo sguardo ma l’uomo insiste Li hai visti? Li hai visti? Li ho visti. Non è passato un quarto d’ora da quando ho visto il bambino. Esiste già una foto dei miei addossati a un muro, le facce morte ricoperte di sangue. Ora se vuoi mangia una cosa, mi dice l’uomo, al di là del cancello c’è una tavola calda con giardino, poi ti devo seccare. Mangerò senza sale, ma non credo più che sia un indizio. Non voglio gustarmi né spiegarmi nulla.

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