Filomena non era bugiarda, 13 – La versione di Filomena

Qui la testimonianza precedente.

Dopo aver raccolto le precedenti testimonianze siamo andati a trovare Filomena per fargliele leggere e conoscere la sua opinione.

OLYMPUS DIGITAL CAMERATutto ciò non mi stupisce, sapete?
La mia classe era molto particolare. Era famosa in tutta la città, e credo anche oltre, per il gran numero di bugiardi.
Si può dire che fossero tutti bugiardi tranne me. O almeno, a non voler usare un termine così forte, si può dire che avessero tutti una grande fantasia. E credetemi, non perdevano occasione di usarla.
Perfino la maestra diceva un sacco di stranezze. “Castronerie”, le chiamava lei, ma mica le sue: le mie.
Il 20 giugno dell’82 è un giorno impossibile da dimenticare, per me. Sembrava che tutta l’immaginazione del mondo si fosse concentrata in quei bambini e si fosse amplificata a dismisura, forse grazie all’eccitazione per una festa così lunga. Io stessa non riuscii quasi a dormire, la notte prima.
Quante se ne dissero quel giorno! E quante se ne fecero!
Dopo, incominciarono a girare strani aneddoti. Ognuno si sentiva in diritto di inventare storie fantastiche sulla mia festa, sulla mia famiglia, su di me, e di raccontarle in giro come se fossero vere.
Va da sé che nessuno credeva a niente, perché erano racconti talmente assurdi, così poco verosimili, che solo uno sciocco li avrebbe presi sul serio.
E pensare che la mia intenzione, nel dare quella festa, era proprio quella di smentire certe voci. Ottenni esattamente l’opposto: le voci presero a moltiplicarsi di giorno in giorno.
In classe, dovete sapere, ero spesso presa in giro. Pensate che tutti mi davano dell’egocentrica e della bugiarda perché, dicevano, raccontavo cose incredibili. Loro davano della bugiarda a me! E secondo loro ero io a raccontare cose incredibili. Guarda caso, proprio le stesse cose che erano stati loro a inventare.
Un esempio? A qualcuno veniva in mente una volpe che sputa acqua calda. Bene, quel qualcuno pretendeva che io gli avessi raccontato di avere un fox doccia in casa e faceva passare come una bugia mia quella che era una sua invenzione. Facevano sempre così.
Erano strani, quei bambini, davvero. Non dico che in quello che dicevano non ci fosse qualche cosa di vero, ma si trattava di pochi particolari, come la data della festa, che tutti ricordano tranne la maestra, o il fatto che il mio lavello generasse piatti sporchi per dispetto. Anche il materazzo esisteva, in effetti.

A volte, poi, ne inventavano una tutti insieme, ma non si mettevano d’accordo. Non ho mai capito come facessero. Così, di punto in bianco, erano tutti convinti che avessi raccontato di un certo specchio nel bagno al piano di sopra.
L’avrete di certo notato anche voi: più di una persona accenna a quello specchio, ma nessuno si è preso la briga di spiegarvi per bene di cosa si trattasse. Sapete perché? Secondo me, è perché sono rimasti bambini e ancora si vergognano, alla loro età, di raccontare certe cose, che sono invece del tutto naturali.
Non c’è proprio nulla di cui vergognarsi, se non del fatto che lo specchio se lo sono immaginato loro.
Certo, uno specchio c’era davvero, e non posso negare che pranzammo a scacco, così come l’esistenza della stanza delle torte non è da mettere in dubbio. Se riuscissi a ricordarmi dove le ho messe, vi mostrerei delle foto del fox doccia da cucciolo…
Comunque, la voce che girò per lungo tempo, o meglio che si poté ricostruire dalle mezze parole di ognuno, fu questa:

kal2Gilberto comparve in sala, assieme a mia madre, con un asciugamano in testa, perché aveva azionato per sbaglio il fox doccia e si era beccato un bel po’ d’acqua addosso.
Raccontò a tutti, non appena mia madre si fu allontanata, che nello specchio aveva visto il riflesso di Amanda, non il suo. Io gli spiegai che lo specchio nel bagno al piano di sopra aveva il potere di riflettere l’immagine di chi ci piace.
Gilberto si fece paonazzo e mi diede come al solito della bugiarda. Io assicurai a tutti che si trattava di un fatto vero e che, se non volevano credermi, si poteva sempre fare la prova tutti insieme.
Alla mia proposta seguì una gran confusione di voci e bisbigli nelle orecchie. Alcuni non vedevano l’ora di salire, altri sembravano intimoriti. Nessuno, in ogni caso, se la sentiva di essere il primo, allora mi offrii volontaria perché, essendomi specchiata centinaia di volte, conoscevo già il risultato e non avevo nulla da nascondere.
Tutti mi seguirono per le scale. Quando entrai in bagno e mi misi davanti allo specchio, ognuno poté verificare che la mia immagine non si rifletteva.
– Ma allora sei un vampiro! – fece quel tonto di Lucio.
– Ma no! – mi spazientii io, presi Lucio per un braccio e me lo piazzai davanti. – Se non compare nessuno vuol dire che non mi piace nessuno, mentre a te piace… – mi arrestai guardando meglio la superficie dello specchio, allibita – … a te piace mia madre?!
Tutti scoppiarono a ridere. Io non sapevo cosa fare. Mi sentivo molto a disagio, così allontanai velocemente Lucio dallo specchio e afferrai Amanda, che non ebbe modo di tirarsi indietro. Nessuno si stupì vedendo apparire nello specchio il volto di Jacopo. Ci fu invece qualche perplessità per il fatto che i capelli, intorno al viso di Jacopo, erano rimasti quelli di Amanda. Sembrava che Jacopo avesse indossato una parrucca lunga e bionda, con i boccoli. Una cosa del genere non l’avevo mai vista, in quello specchio. Anche questo episodio suscitò grandi risate.
Riuscimmo a fare solo poche altre prove, purtroppo.
Giovanni e Luisa si specchiarono l’uno nell’altra.
Milena fece un po’ di resistenza ma poi accettò di specchiarsi per non passare da fifona, ritrovandosi faccia a faccia con Jacopo. Sì, anche a lei piaceva Jacopo! E pensare che quei due non facevano che lanciarsi frecciatine e sfidarsi continuamente. Per fortuna Amanda era già andata via quando, poco dopo, Jacopo scelse Milena come avversaria per il pranzo giochi: chissà che broncio avrebbe messo Amanda se fosse stata presente.
Alfonso si oppose alla prova dello specchio e, dato il timore che incuteva a tutti, nessuno se la sentì di forzarlo.
Ivano rifiutò fermamente, più di chiunque altro. Anche quando tutti iniziarono a prenderlo in giro e a inventare nomignoli lui si dimostrò irremovibile, tanto che fu necessario tirarlo e spingerlo in quattro per avvicinarlo un po’ allo specchio. Ma quando mancavano solo pochi centimetri la voce di mio padre, dabbasso, ci chiamò:
– Ragazzi, che fate lassù? Ho preparato i giochi in giardino e il pranzo è quasi pronto. Ho apparecchiato sotto il portico. Scendete e mettetevi a tavola!
Subito dopo intervenne mia madre:
– Amanda, sono venuti a prenderti i tuoi genitori. Pare ci sia un problema con Karl, non farli aspettare.
Più di qualcuno lanciò sguardi torvi a Ivano, che approfittando dell’interruzione era riuscito a divincolarsi. Anch’io lo guardai contrariata, ma scendemmo tutti al piano di sotto senza fare altri tentativi.
Fu esattamente così che andarono le cose, ve lo posso assicurare. Se a dirvelo è l’unica della classe a non mentire, potete crederci.

fineDovetti aspettare la sera, quando Ivano si nascose e mi baciò senza neanche chiedermi il permesso, per scoprire di piacergli.
L’ultima cosa che ricordo del 20 giugno dell’82 è che prima di andare a letto, piacevolmente stanca, tornai nel bagno al piano di sopra e volli dare un’ultima occhiata allo specchio.
Quella volta ci vidi me stessa.

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