Filomena non era bugiarda, 10 – La scelta

carbone

Qui la testimonianza precedente.

Qui la testimonianza successiva.

Non sono un amante della velocità o dell’adrenalina, su questo non ci piove. Non lo ero nemmeno da piccolo.
Quando mi accompagnavano in un parco giochi, preferivo le attrazioni più contemplative.
Mentre gli altri bambini facevano giravolte sulle montagne russe o si lasciavano cadere da una torre alta trenta metri, io mi sedevo su una piccola vettura e mi facevo trasportare adagio nell’antico Egitto, nel mondo delle fiabe o attraverso la Via Lattea.
Non vorrei sbagliarmi, ma da quel che ricordo nessuno, a parte me, rifiutò di farsi lanciare con il materazzo. Anzi, furono necessari più turni.
Per mia fortuna il signor Dario propose altri svaghi, dopo la merenda, che mi evitarono la noia e l’inattività.
Chiese a tutti di scegliere tra una passeggiata nei dintorni – eravamo in campagna – e un po’ di carboni animati in casa.
Ovviamente credemmo in un errore di pronuncia e non dubitammo che si trattasse di cartoni animati. Molti, stanchi dopo tutti quei rimbalzi sulla gomma e appesantiti dal pranzo e dalla merenda, scelsero di rimanere in casa.
Io rimasi indeciso per un po’: entrambe le opzioni mi sembravano adatte alle mie esigenze di osservatore. Ragionai, però, che far parte di un gruppo più piccolo avrebbe dato luogo a meno interferenze: ci sarebbero stati meno commenti, meno calca; mi sarei goduto il paesaggio in santa pace, o quasi. Dunque decisi di seguire il signor Dario tra i terreni circostanti, insieme ad altri tre o quattro bambini, mentre gli altri rimasero in casa con la signora Dina.
In seguito questi ultimi raccontarono di aver assistito, in cerchio davanti al caminetto, a numeri di ballo swing e di rock’n’roll acrobatico eseguiti da pezzi di carbone perfettamente conservati dall’inverno passato.
A me, invece, toccò un giro tra i cambi: man mano che procedevamo per stradine e sentieri circondati da campi coltivati, ci ritrovavamo di volta in volta in diversi indumenti.
campo-di-lavandaPassando accanto ai girasoli, per esempio, avevo indosso una salopette di jeans; tra i papaveri, dei pantaloni di lino neri tenuti da bretelle e una camicia bianca a maniche corte, con delle righine rosse; in mezzo al grano ero in divisa da baseball, non chiedetemi perché.
– Guardate Antonio! – ridacchiò a un tratto Filomena alle mie spalle, quando iniziammo a costeggiare un odoroso campo di lavanda.
Abbassai lo sguardo e mi accorsi di avere indosso un vestito da bambina bianco, ampio e tutto merlettato all’altezza delle ginocchia. Un grosso nastro a quadretti bianchi e blu mi stringeva la vita con un fiocco perfettamente simmetrico.

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