Filomena non era bugiarda, 6 – Il pranzo giochi

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Per una come me, vegetariana da sempre, non può esserci ricordo più nitido del pranzo in casa di Filomena nell’82. Eravamo all’aperto, sotto un bel portico pieno di rampicanti.
Avevo pregato i miei genitori di non riferire le mie abitudini alimentari ai genitori di Filomena. Non c’era cosa che mi mettesse più a disagio che essere al centro dell’attenzione e ricevere un trattamento diverso dagli altri.
Pensavo di cavarmela in qualche modo, con i pasti, e in effetti ci riuscii. Ma a che prezzo!

cameriereCi fu chiesto di non occupare i posti a capotavola, ma di scegliere un “avversario” e sederci uno di fronte all’altro lungo i lati maggiori del lunghissimo tavolo.
Perplessi, e non senza qualche piccolo litigio, formammo delle coppie e ci mettemmo in attesa delle pietanze.
Il signor Dario, la signora Dina, la zia Paola e la stessa Filomena comparvero di lì a poco trasportando, con entrambe le mani, delle piattaforme spesse e quadrate. Quando ce le misero davanti, una per ogni coppia, ci accorgemmo che si trattava di scacchiere fatte di pane: un po’ più abbrustolito per le caselle nere, un po’ meno per quelle bianche.
– È il momento del pranzo giochi! – annunciò raggiante la signora Dina. – Quest’oggi abbiamo scelto per voi il pranzo a scacco. I pezzi stanno arrivando. Le regole sono le stesse degli scacchi, con la sola differenza che quando mangiate un pezzo del vostro avversario… be’, lo mangiate! Tutto chiaro?
Qualche mano si levò timidamente.
Alcuni dei miei compagni non conoscevano le regole degli scacchi o le conoscevano a malapena. Per questo motivo, fu impiegata una mezz’ora abbondante a illustrare a tutti i movimenti dei diversi componenti del gioco, che erano subito stati disposti sulle scacchiere. Il concetto di scacco matto fu il più difficile da spiegare a chi non aveva mai giocato, ma in qualche modo si riuscì a iniziare.
Io ero molto avvantaggiata, perché il mio papà mi aveva insegnato gli scacchi già da qualche anno e un paio di volte a settimana, prima di andare a dormire, facevamo una partita di allenamento o un piccolo torneo insieme alla mamma.
Chess-GameI pedoni erano pomodori pachino di un rosso lucente; le torri erano crocchette di patate a base tonda, croccanti fuori e morbidissime dentro; i cavalli erano rampanti gamberi alla griglia; gli alfieri erano bastoncini di pollo fritto speziato alle erbe; il re e la regina, da non mangiare subito, erano di cioccolato bianco o nero a seconda dell’esercito di appartenenza ed erano stati inseriti in speciali confezioni trasparenti antiscioglimento, che impedivano, tra l’altro, il contatto diretto con la scacchiera di pane.
Per distinguere i bianchi dai neri, ogni pezzo – tranne i re e le regine, naturalmente – era contrassegnato da una goccia di maionese o da una di ketchup. Di conseguenza, a chi piaceva di più il ketchup conveniva guidare l’esercito bianco; a chi preferiva la maionese conveniva quello nero.
Fui scelta come avversaria da Jacopo, un bambino che si vantava spesso di essere più forte di chiunque altro in qualsiasi gioco: un vero presuntuoso. Naturalmente fui contenta della possibilità di dargli una lezione. Non poteva sospettare che io fossi, a confronto con gli altri, una campionessa.
Ebbi qualche difficoltà iniziale, perché ero costretta a non mangiare i cavalli e gli alfieri per evitare pesce e carne, ma nel giro di qualche mossa individuai la strategia giusta e guadagnai velocemente terreno, accompagnando i pachino in bocca insieme alle rispettive caselle e privando Jacopo delle torri di patate al ketchup.
La vittoria mi sembrava ormai certa, ma quando Jacopo cadde nel mio ultimo tranello e mancava una sola mossa allo scacco matto, sentii la voce di Filomena, vittoriosa, proclamare:
– Scacco manzo!
Arrestai giusto in tempo la mia mano, che già si muoveva baldanzosa verso il colpo di grazia.
Il signor Dario, con movenze da cameriere di prim’ordine, attraversò il portico fino al centro della tavola, dove Filomena sedeva di fronte a Ivano, e le porse una tagliata di manzo al sangue con pepe, rosmarino e aceto balsamico.
In quel momento Luisa, seduta al mio fianco, dichiarò lo scacco matto ai danni di Giovanni.
– Scacco manzo, Luisa, – la corresse il signor Dario, e le servì una tagliata identica alla prima.
Jacopo, a conoscenza del mio punto debole, mi guardava negli occhi con aria di sfida, sapendo che, se volevo scansare spiegazioni o fette di carne semicruda, non mi conveniva vincere.
– Allora, Milena, sei rimasta incantata? – mi provocò.
Dopo un attimo di esitazione, ritirai la mia torre superstite, prontamente mangiata da un alfiere nemico. Poche altre mosse e fui costretta a capitolare.
Mentre Jacopo masticava soddisfatto il mio esercito, leccandosi le dita unte di maionese, dentro di me giuravo vendetta.
Dopo le elementari, in realtà, non ho mai rivisto Jacopo. In compenso, non ho più perso agli scacchi e non mi sono più fatta troppi problemi a dichiarare i miei gusti.
Una volta ho assaggiato una coscia di pollo e non mi è piaciuta.

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