Filomena non era bugiarda, 2 – Il mistero della stanza chiusa

Qui la testimonianza precedente.

Qui la testimonianza successiva.

Il prestigiatore Alfonso, personaggio schivo oltre misura, non ha mai concesso incontri privati a estranei, cosicché non esistono sue dichiarazioni dirette a proposito di Filomena.
Di conseguenza, come c’era da aspettarsi, non ha mai risposto alle nostre telefonate, alle nostre e-mail, ai nostri sms, alle nostre richieste di amicizia, ai nostri fax, alle nostre lettere, ai nostri sassi sulla finestra.
In compenso, ha di recente pubblicato una narrazione scritta, che riportiamo.

human patternSi dice che il tempo cancelli ogni cosa, ma recandomi da Filomena avevo il presentimento e la speranza di smentire un tale luogo comune.
Perché pensavo che fosse quella l’occasione adatta? È mia intenzione spiegarlo in questo racconto.
A distanza di qualche decennio, posso affermare di aver ragione: ciò che vidi quella mattina non ha mai abbandonato la mia memoria, tantomeno la mia anima.
Tra le storie raccontate da Filomena non potevano sfuggire alla mia fantasia, già all’epoca nutrita da letture di carattere fantastico e raccapricciante, certi accenni a una misteriosa stanza chiusa che avrebbe dovuto trovarsi nella sua abitazione.
Non che credessi a ciò che diceva quella bambina, ma c’era a volte qualcosa nei suoi occhi, una speciale fermezza, che faceva sorgere in me dei dubbi. “E se non fossero tutte fandonie?” mi chiedevo.

Così un giorno, durante la ricreazione, avvicinai Filomena e con qualche giro di parole entrai in argomento.
– Certo che esiste la stanza chiusa! – mi confermò entusiasta.
Probabilmente – me ne resi conto solo in seguito – quella era la prima volta che qualcuno esprimeva sincero interesse nei suoi racconti impossibili.
– Si apre solo di mattina… – continuò.
– E che c’è dentro? – la interruppi subito, pendendo dalle sue labbra.
– Dentro ci siamo io, mamma, papà, io, mamma, papà, io, mamma, papà…
Non so quante volte la lasciai ripetere quelle tre parole prima di farmi scuro in volto e intimarle di non azzardarsi a prendermi in giro.
Da quella volta non le chiesi più niente, né lei tentò di riallacciare la conversazione.

Closed_DoorIl 20 giugno dell’82, come facevo quotidianamente per andare a scuola, scappai di casa, per recarmi alla festa di Filomena. Fui il primo ad arrivare. Aveva da poco albeggiato.
I signori Dario e Dina mi accolsero già vestiti di tutto punto, sorridenti.
Mi fecero accomodare in salotto e mi pregarono di attendere lì, finché non avessero sbrigato alcune incombenze in cucina e non fossi stato raggiunto da Filomena.
Non appena furono usciti, mi affacciai furtivamente da una delle porte della sala e mi assicurai che fossero entrati in cucina.
Dopodiché mi avventurai nella penombra di quel corridoio spettrale che sembrava infinito e tastai tutte le porte alla mia destra e alla mia sinistra, finché non ne trovai una socchiusa.
Allargai pian piano l’apertura, facendo attenzione a evitare cigolii e stridori, e mi trovai di fronte Filomena, che mi salutò. Feci altrettanto, mentre avvertivo dei passi provenienti dal piano superiore.
Alzai lo sguardo e mi accorsi che dietro Filomena, nella stanza, c’erano il signor Dario e la signora Dina, e dietro di loro Filomena, il signor Dario e la signora Dina, e dietro di loro Filomena, il signor Dario e la signora Dina…
Trasalii al contatto di una mano su una spalla. Il signor Dario, accompagnato dalla signora Dina e da Filomena, mi sorrideva dal corridoio, dal fondo del quale, all’altezza del salotto, distinsi altre tre figure dall’andamento assonnato.
Le persone che mi avevano sorpreso alle spalle, invece – probabilmente le stesse che mi avevano accolto in casa poco prima – sembravano ben sveglie e piene di energia.
Chiesero gentilmente permesso e quando mi scostai entrarono nella stanza insieme agli altri.
Prima di chiudere la porta, la signora Dina allargò un bel sorriso e, a mo’ di raccomandazione, mi ricordò l’importanza della prima clonazione al mattino.

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