La rete

eyeI primi centimetri apparvero dopo un temporale notturno particolarmente violento. Il dolore agli occhi era incominciato da qualche settimana.
La rete spuntava indistruttibile, continua, al centro esatto di ogni strada, fin nei vicoli. Per una diffusa istintiva repulsione, nessuno di noi osava toccarla direttamente. Tentammo ogni metodo per tirarla via, ma continuava a crescere verso l’alto con il ritmo di una barba.
Dalla notte del primo temporale le nuvole non avevano mai abbandonato il cielo. A intervalli regolari di quarantott’ore lampeggiava spaventosamente e ci inondava di acqua malsana, tenendoci svegli con rombi annichilenti, costringendoci a guardare.
Quella che provavamo non era paura: piuttosto una nostalgia di una qualità nuova, assoluta. Guardavamo in alto con le lacrime agli occhi, che avanzavano a poco a poco affacciandosi dalle cavità oculari.
Ben presto la rete fu abbastanza alta da impedirci di attraversare la strada.
Ci fissavamo dai balconi, da un isolato all’altro, con la certezza di non poter raggiungere persone che non avevamo mai avuto interesse a incontrare. Ciò bastava a buttarci nello sconforto. Avvertivamo l’urgenza improvvisa di abbandonarci tra le braccia dell’anziana signora che innaffiava le sue piante alle sette del mattino; di sfidare l’adolescente che giocava per ore ai videogiochi, seduto a terra con le gambe incrociate; di fare amicizia con la ragazza che urlava il suo piacere a finestre aperte. Erano tutti dall’altra parte, e noi li volevamo.
Trascorse quasi un mese prima che l’occhio destro mi cadesse dalla faccia. Lo acchiappai al volo con riflessi che non pensavo di aver conservato. Lo riposi in un cassetto e prima di chiudere lo guardai guardarmi.
Quando ci svegliammo sotto un cielo terso eravamo sopravvissuti in pochi, nel condominio. In pochissimi avevamo conservato almeno un occhio. La maggior parte era sparsa a terra: di tanto in tanto ci capitava di acciaccarne uno e di piangere o ridere di conseguenza.
Alzando lo sguardo, aggrappati alla rete di cui non scorgevamo più la cima, enormi, lenti, ciechi, li vedemmo arrivare.

Questo racconto si trova in Sottrazione (Gorilla Sapiens Edizioni).

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