Ti mettono in una scatola

ti mettono cover

Di seguito la quarta di copertina e un estratto da Ti mettono in una scatolaIntermezzi Editore.

Undici racconti. In Dove ogni novità nasconde errori la rigidità degli schemi mentali è esasperata fino al delitto gratuito; in Box doccia la presa di coscienza di costrizioni quotidiane apre la strada a una nuova visione del mondo; in Cinema l’esercizio di un’immaginazione strategica salva la protagonista da una pessima proiezione e da una diffusa maleducazione; ne Il gosclo i meccanismi del linguaggio verbale sembrano superarsi nel momento in cui si confermano… In ogni storia ci sono scatole, reali o metaforiche, e limiti da accettare, superare o di cui sfruttare il potenziale.

Da Box doccia

Il cuoio capelluto, le spalle, i pettorali, le natiche, le rotule e le dita dei piedi punzecchiati da un getto d’acqua scomposto in tubicini filiformi ordinati su circoli concentrici, governabili a piacimento nelle variabili temperatura e portata – tanto è il potere nelle sue mani – tramite spostamenti di un’apposita leva.
Quanto ha atteso per il privilegio d’infilarsi in quello shower box saturo di comfort e relax? Molto più che nei patti.
Quante parole estranee alla nostra lingua abbiamo utilizzato per indicare quella cabina doccia ricca di comodità e ristoro? Molte più di quante avremmo voluto, ma non facciamone un caso di stato e passiamo oltre.
È davvero rilassato? Neanche per idea. Forse a causa degli esami di domani e dopodomani? No, tenta ancora. Allora perché non è davvero rilassato? Eppure desiderava da giorni tornare a casa e testare il nuovo box doccia; desiderava da giorni non dover più chiedere ospitalità qui e là, perché con i lavori in bagno non si riesce a studiare e non ci si può lavare e non si può neanche andar lì a tutte le ore a espellere quel che c’è da espellere. Non capiamo perché non è davvero rilassato.
Dobbiamo allora indagare nel passato prossimo di questo giovane, scandagliare i mutamenti occorsi in lui nelle ultime tre settimane, carpire indiscrezioni dalla moviola dei suoi cangianti umori: analizzare, dobbiamo. Diciamo pure che dobbiamo farci i cazzi suoi.
Vogliamo sapere come mai non si distende, benché si trovi tutto nudo in una splendida cabina ad angolo, alta centonovanta centimetri e dotata di due ante scorrevoli, vetro temperato di sicurezza di otto millimetri di spessore, con finitura beige e telaio in alluminio smaltato.
Per capire ci converrà seguire il corso dei suoi pensieri: chissà che non ci guidino alla soluzione.

Ecco che ricomincia: da quando i suoi piani di studio sulla storia moderna e contemporanea sono stati sconvolti, di tanto in tanto se ne va per la tangente, sguardo perso nel vuoto, a ripassare a mente il programma. C’è però l’inconveniente che la sua preparazione – lo si voglia assolvere almeno in parte, dati gli impedimenti capitatigli in sorte – non è poi questo granché… e infatti li confonde, i due moduli.
Lo vedi? È la vigilia della notte di Ognissanti del 1517: Gavrilo Princip si fa largo tra la folla e pianta due pallottole nei corpi dell’erede al trono d’Austria l’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie, mentre attraversano in auto le strade di Sarajevo. Compiuto il delitto, prima che possano acciuffarlo, declama solennemente discorsi imparati a memoria. Così urla:
«Il Papa non vuole né può rimettere alcuna pena fuorché quelle che ha imposto per volontà propria o dei canoni.»
E poi, alzando ancora il tono:
«Nessuno è certo della sincerità della propria contrizione…»
Ma viene interrotto da un gruppetto di rappresentanti del governo bosniaco che intonano all’unisono, con gesti eloquenti:
«Cazzo blateri? Non ti accorgi di aver sbagliato secolo e causa? Per questa tua madornale svista, che indicibilmente ci irrita, invieremo senza indugio un ultimatum alla Serbia.»
Ma quello, perfetto invasato, non li sta a sentire e continua a sputacchiare al vento le sue novantacinque tesi, giungendo perfino, in un estremo impeto sacrilego, alla negazione dell’infallibilità papale.
Questo è troppo, si decreta, e si tenta invano di ridurlo alla ragione: dapprima attraverso confutazioni di stampo domenicano; in un secondo momento, accertata l’inefficacia della retorica, assicurando lo sproloquiante soggetto, per mezzo di penetranti chiodi a capocchia piatta, alla chiesa del castello di Wittenberg.
L’Austria procede senza por tempo in mezzo a una dichiarazione di guerra alla Serbia, provocando l’immediata reazione del governo russo…
Mi sa che se n’è accorto, ora, che le cose non stanno così: ha la fronte corrucciata. Non riesce a godersi la doccia.

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Un Commento

  1. Pingback: Carlo Sperduti: Al limite… – Intermezzi BLOG!

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