Valentina controvento, capitolo 7

cover-valentinaIl settimo capitolo di Valentina controvento, pubblicato nella collana Ottantamila di Intermezzi Editore.

La trama:
In amore, Valentina è combattuta tra un nuovo e ordinario rapporto con un amante dei capelli e un’avviata relazione segreta, perseguibile a norma di legge, tra le mura del suo appartamento.
Per lavoro, combatte la caduta dei cappelli progettando un macchinario contro il vento.
L’amicizia con la spigliata Emma e una serata all’insegna della socializzazione la costringono ad affrontare il mondo sottoforma di conversazioni, postini d’assalto, richieste di cena in assenza di terzi e ufficiali dell’Agenzia delle Pratiche Pubbliche.
Nelle nevose giornate in cui si decide il destino di Valentina, il proteiforme Clemente continua a imbiancare le pagine della sua biblioteca.

Qui i primi due capitoli e mezzo.
Qui 5 microestratti che vi aiuteranno a non farvi un’idea di Valentina controvento.

7.
In favore di una ritirata

L’intenzione del postino sul marciapiede, avvolto nel suo paraneve postifero, era d’introdursi nel palazzo con l’aiuto di un plausibile ottuagenario che: gli avesse tenuto aperto il portone, uscendo, con un prego; avesse ricevuto in risposta un grazie; si fosse riservato l’ultima parola con un si figuri.
La strategia si rivelò efficace, cosicché il postino godette dei necessari convenevoli e guadagnò il quarto piano, eludendo la mediazione del citofono e suonando direttamente alla porta.
Se non avesse temuto di insospettire qualche vicino, ostinandosi a non rispondere e rischiando così scocciature e insistenze e indagini; se non si fosse persuasa del fatto che l’individuo sul pianerottolo dovesse provenire dall’interno del condominio; se la sorpresa di quel trillo non l’avesse confusa dando luogo a reazioni impulsive, Valentina non avrebbe mai zampettato a piedi nudi lungo il corridoio per chiedere chi è, sbirciando dallo spioncino.
Le fu marzialmente risposto comunicazioni urgenti. Valentina, di fronte al proprio errore di valutazione e all’uniforme da postino d’assalto, tacque. Le fu chiesto con autorità signorina è ancora là. Valentina tacque con più tempra. Le fu domandato tutto bene con una leggerissima deviazione di tono. Valentina tacque più di quanto avesse mai taciuto.
Il postino, a quel punto, rinunciò. Le buste, in numero di due, furono costrette a penetrare in casa strisciando. Fecero capolino sul pavimento dell’ingresso una sull’altra.
Valentina le guardò, si chinò, fu tentata di afferrarle e aprirle. Nel buio quasi totale non riusciva a leggere il mittente. Tese l’orecchio: sentiva i passi cadenzati del latore scegliere le scale in luogo dell’ascensore e farsi sempre più fievoli man mano che la quota diminuiva.
Allo sbattere energico di una porta nell’appartamento, decise di lasciare lì le buste, sdraiate, sovrapposte, un poco stropicciate ai bordi e doloranti, in favore di una ritirata e di un bicchiere d’acqua che le fu prontamente servito dal rubinetto della cucina.

mail-icon«Faceva molto rumore, tutti i giorni!» aveva detto una signora al postino, sbucando da una porta, mentre quello imboccava la prima rampa di scale. E aveva aggiunto: «Poi più niente, all’improvviso.»

Valentina sedeva sul bordo del letto fissando il vuoto. Pensava alla ventola, al dispositivo, alla burrasca forte, al debito ormai certo con la compagnia, al pc nell’armadio.
Il materasso arrischiava qualche tentativo di avvolgerle le gambe, ma Valentina lo ricacciava indietro con poco garbo, irritata. Di nuovo si udì sbattere una porta. Valentina sussultò. Era quella del bagno.
«Lasciami in pace, per favore. Non serve a niente arrabbiarsi. Non fai altro che innervosirmi ancora di più, così… e mi fai paura.»

Sì, doveva essere la compagnia, se avevano mandato un postino d’assalto fin dietro la porta.
Valentina si alzò con decisione e respinse con entrambe le mani una parete che voleva trattenerla. Afferrò la maniglia e l’abbassò con tale vigore che quella, pur volendo, non fu in grado di opporsi. Il corridoio iniziò ad assottigliarsi per impedirle il passaggio, ma Valentina, come faceva di solito con intenzioni affettuose, allargò le braccia e aprì i palmi contro le pareti. Era immobile, bloccata, a due passi dalle porte del bagno e della cucina che si guardavano dentro l’un l’altra, aperte, pronte ad accoglierla se solo avesse cambiato idea.
Spinse contemporaneamente a destra e a sinistra, stringendo i denti per lo sforzo. Sentiva il sudore scorrerle addosso, sulla fronte e dalle ascelle, sulla schiena e sulle cosce. Provava un dolore intenso alle articolazioni delle braccia.
I muri presero d’un tratto coscienza della propria violenza e si ritrassero, scurendo l’intonaco e irruvidendosi.
«Sei peggio di un bambino» rimproverò Valentina ansimando. Proseguì verso l’ingresso.
«I bambini, almeno» aggiunse sollevando le buste da terra «non hanno la forza di schiacciarti. Non ti rendi conto di quello che fai, a volte.»
Nessuna risposta.

In camera, Valentina accese una luce, sollevò gli avvolgibili e aprì la finestra. Solo uno spiraglio. Un nastro di aria gelida si agitò per la stanza surriscaldata e lottò per ammansirla, con movenze rettili.
Valentina appoggiò le buste sulla scrivania e andò a infilarsi le mutande, seguite da un reggiseno, una maglietta di cotone e un paio di jeans. Calzò infine le pantofole, chiuse la finestra lasciando gli avvolgibili alzati, gettò uno sguardo in strada e constatò che una nevicata così non si vedeva da chissà quanto. Sedette alla scrivania.
Le buste contenevano un modulo di richiesta di perdono e uno di rinnovo di amicizia con messaggio vocale in stereo 5.1.
Entrambi erano compilati e firmati da Emma.

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