Valentina controvento

Cover ValentinaI primi due capitoli e mezzo di Valentina controvento, pubblicato nella collana Ottantamila di Intermezzi Editore.

La trama:

In amore, Valentina è combattuta tra un nuovo e ordinario rapporto con un amante dei capelli e un’avviata relazione segreta, perseguibile a norma di legge, tra le mura del suo appartamento.
Per lavoro, combatte la caduta dei cappelli progettando un macchinario contro il vento.
L’amicizia con la spigliata Emma e una serata all’insegna della socializzazione la costringono ad affrontare il mondo sottoforma di conversazioni, postini d’assalto, richieste di cena in assenza di terzi e ufficiali dell’Agenzia delle Pratiche Pubbliche.
Nelle nevose giornate in cui si decide il destino di Valentina, il proteiforme Clemente continua a imbiancare le pagine della sua biblioteca.

1.
Spazzava gli oggetti in frantumi

Valentina ci tenne a uscire.
Emma le aveva proposto di appoggiarsi ai termosifoni accesi o, in alternativa, di dedicarsi a una sessione di riscaldamento d’acqua nella pentola larga, ma un istinto inedito, in contrasto con le sue inclinazioni, le aveva fatto opporre un rifiuto ai passatempi di sempre. Fu scartata perfino l’ipotesi di riverniciare il battiscopa.
Valentina non sapeva spiegarsi se l’audace proposito di farsi un giro fosse da ricondurre all’emersione di un’invidia latente nei confronti di Emma – che stando ai suoi stessi aneddoti aveva già avuto esperienze di socializzazione – o al desiderio di abbandonare per qualche ora il contesto di certe difficoltà. Probabilmente l’una e l’altra cosa insieme.
Erano già passate due settimane dal bonifico della compagnia, ma la progettazione del dispositivo contro la caduta dei cappelli, che con gli usuali svaghi condivideva la sede casalinga, era approdata a una snervante situazione di stallo.
Le pareti benevole entro le quali Valentina coltivava una serenità fino allora inespugnata incominciavano a striarsi di un grigio piatto e angosciato: sembravano prese dal tedio, abbandonate a loro stesse.
Le giornate non apparivano più come percorsi armoniosi tra il corridoio e le stanze, tra giochi di maniglie e ridisposizioni di oggetti, tra copricapo di ogni foggia e ventosi esperimenti sui gradi crescenti della scala di Beaufort; somigliavano ora a linee spezzate – e ricalcate infinite volte – su pochi punti fissi di uno spazio sempre uguale e di un ragionamento che non trovava sbocco.
Se prima Valentina si era impegnata a eliminare i devastanti effetti delle folate di prova con un entusiasmo di volta in volta rinnovato, nella consapevolezza del carattere transitorio di quelle parvenze di distruzione e del loro fine ultimo, ora non riusciva a guardare tanto in là: spazzava gli oggetti in frantumi e ricollocava ai loro posti quelli intatti con rassegnazione e fatica ottundenti.
Di tanto in tanto, i condomini si lagnavano degli spostamenti d’aria e dei rumori. In un paio di occasioni i toni erano scesi al di sotto della cortesia.
Fino alla brezza tesa, talvolta finanche al vento fresco, Valentina aveva trovato il modo di gestire i cappelli, ma alle soglie del vento forte il dispositivo cedeva immancabilmente e il copricapo, si trattasse pure di un chullo in lana di vigogna, abbandonava la sua postazione.
La data ultima per la consegna del progetto era ormai passata. Il contratto prevedeva – pena risoluzione dello stesso e obbligo di restituzione dell’anticipo – l’affidabilità del dispositivo fino alla burrasca forte.
Valentina aveva tentato di rinforzare e stabilizzare i bracci del macchinario con espedienti ai limiti della fisica; aveva poi creduto di aggirare il problema aggiungendo, a quello sulle spalle, un supplementare attacco in vita, ma i risultati non erano mutati in maniera apprezzabile.
«Prima di andare, raccontami ancora di quella volta che sei entrata in un bar» si sentì chiedere Emma.
«Ma no, fidati» rispose «è meglio fare esperienza sul campo. Con i racconti si rischia solo di confondersi… e in ogni caso stasera non andremo in un bar, c’è di meglio. Se dovessi trovarti in difficoltà comportati come me: gli argomenti di conversazione di solito sono pochi e facili da gestire.»
Emma infilò il portone, precedendo Valentina, e chiamò l’ascensore.
Valentina si attardò qualche istante nell’appartamento. Strofinò il piede destro sul battiscopa del corridoio, invertì le posizioni di due candelabri, entrò in cucina per bere un bicchiere d’acqua, baciò il bordo della pentola larga.
Un sospiro gaudente prese forma nella stanza.
Valentina inspirò energicamente, espirò e si chiuse la porta alle spalle con un sorriso teso all’indirizzo di Emma.

Scala_beaufort

2.
Sarebbe meglio fumare

Valentina non poteva sottrarsi alla sensazione di pericolo che le ispiravano i movimenti convulsi della gente e le vibrazioni continue dei bassi: la prendevano allo sterno e la squassavano.
Non temeva di essere urtata dagli altri, questo no, o perlomeno non era quell’eventualità a turbarla maggiormente. Piuttosto era l’ignoto a spiazzarla, l’incomprensione a straniarla.
«Ballano!» le urlò Emma in un orecchio, che aveva notato una certa perplessità nell’amica, rimastale incollata da quando erano entrate.
«E perché?»
Valentina si guardava attorno, ora, con l’attenzione che avrebbe dedicato alle minuscole attività di una colonia di formiche sul lavello. Non per questo ci capiva più di prima.
«È così che fanno quando c’è musica» la informò Emma «non è la prima volta che vedo una cosa del genere. Per non dare nell’occhio basta fare piccoli movimenti con la testa e con le spalle, così, seguendo il ritmo. Non è necessario andare lì in mezzo… per esempio: vedi quelle persone? Se ne stanno appoggiate al bancone. Quella lì tiene il tempo con le dita sul bicchiere: è un’altra possibilità.»
Emma tacque, pensierosa, compiendo una panoramica con lo sguardo.
«Certo» riprese «bisognerà prendere almeno una birra a testa. Volendo, poi, ci sono i tavoli da quella parte.»
Valentina esitava, si sentiva incerta sulle gambe. Avrebbe preferito non muoversi o addirittura tornare a casa, ma le insistenze di Emma la convinsero ad accostarsi al bancone.
«Sarebbe meglio fumare» osservò Emma. «Perché non ho pensato alle sigarette?»
«Ma non basta la birra?» chiese timida Valentina, assaggiandone un sorso e arricciando il naso, stringendo gli occhi e deformando gli angoli della bocca.
«Non fare così, per carità!» la redarguì Emma.
Valentina distese a fatica i muscoli facciali ed esaminò il suo boccale. L’agglomerato bianco e cangiante sulla superficie del liquido non la rassicurava, sembrava vivo. In più, vi si generavano onde concentriche, ritmiche. Il loro incresparsi improvviso per una gomitata di Emma che la richiamava all’attenzione, unitamente all’infrangersi della schiuma sul bordo interno del bicchiere, innescarono pensieri di burrasca. Valentina li rincorse in un lampo fino all’appartamento e alla ventola sperimentale, ma si fece forza e tornò indietro. Tentò un secondo sorso, affettando un’aria impassibile.
«Bene» approvò Emma «così va meglio… Li vedi quei due? Mi sa che stanno venendo da noi.»
«E perché?» si allarmò Valentina.
«Non ti preoccupare» sorrise Emma «se ci rivolgono la parola e non hai idee per rispondere, ricordati che puoi sempre descrivere ciò che stai facendo.»
«Ma come?»
«Tranquilla, comincio io. Capirai subito.»

chullo3.
La ragione non era di certo il capello

«Ciao ragazze, come va?»
A parlare era stato un tizio magrolino e abbastanza alto, tra il biondo e il rossiccio, capelli increspati e anelanti a un disordine addomesticato. Sorrideva bene, ma una certa disposizione di denti non gli consentiva di strafare. Le spalle erano un poco incurvate, meno per struttura ossea che per atteggiamento. Aveva la barba di qualche giorno e il baffo sinistro ben curato. Dall’altro lato, tra la narice destra e il labbro superiore, un’area glabra. Palleggiava con gli occhi da quelli di Emma a quelli di Valentina, disinvoltamente, senza che in essi si avvertisse una particolare minaccia.
«Siamo qui a bere una birra» rispose Emma alzando il bicchiere.
«Be’, anche noi» fece il tizio mostrando il suo, quasi vuoto «stiamo a quel tavolo laggiù, abbiamo lasciato lì le giacche. Ci sono dei posti liberi.»
Alle sue spalle l’altro tizio era sintonizzato su un sorriso imperturbabile. Scosse la testa verticalmente, in segno di conferma sulla questione del tavolo.
«Appoggio un secondo il bicchiere e mi asciugo le mani… mi gratto il naso» fece Valentina ad alta voce per farsi intendere dagli altri tre.
«Io sorrido amabilmente, sto in piedi dietro il mio amico e sorseggio la mia birra» fece notare il secondo tizio: era un po’ più in carne del primo e di pochi centimetri più basso, labbra carnose e larghe, capelli molto scuri e molto corti. Vestiva di nero.
«Ah ah ah ah ah ah ah ah!» gli rispose Emma. «Rido.»
«Ah ah» fece il primo tizio «rido moderatamente e ordino un cocktail.»
Posò sul bancone il boccale vuoto ed eseguì.
«Recupero il mio bicchiere e faccio un sorso» soggiunse argutamente Valentina.
La battuta fu apprezzata, il ghiaccio era rotto: perfetto per i cocktail.
(…)

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