Caterina fu processata, di Roberta Galatolo

cop caterina

Il caterinicida Tommaso è colpevole. Va bene.
Ma questa difesa intende addurre imprescindibili attenuanti a discolpa del grave delitto commesso dall’imputato.
In prima istanza non v’è chi non veda come il povero Tommaso sia stato tenuto ai margini della narrazione per più di 30 pagine. L’autore, incurante delle smanie del protagonista di emergere, si crogiola nella trama toponomastica del quartiere ove è ubicato il baricentro residenziale della giovane coppia.
Il lettore, dunque, costretto alla distrazione contemplativa di quei profili architettonico-urbanistici, incontra il protagonista quasi per caso in un incipit di narrazione magnificamente inconducente.
La incursione metaletteraria dell’autore è brillante, sembra soccorrere la palpebra del lettore dalla tentazione di salpare direttamente all’ultima pagina. L’atmosfera surreale nella quale si muovono i protagonisti riproduce il disordine di certe emicranie da sovreccitazione etilica mentre la ritrattistica dei personaggi si delinea con ardore fumettistico nella chiaroscura levigatura di profili inesistenti.
Ci sia consentito attestare che proprio in ragione di una tale sublime assenza di significazione l’episodio accidentale del riciclo della dormiente Caterina nella nettezza urbana non può che giudicarsi un apprezzabile e ammirevole finanche eroico tentativo del bistrattato Tommaso di prendere in mano la penna dell’autore (visibilmente disorientato e decisamente accorato nella ricerca di comprensione del lettore) e dirigerla incontro a un climax di tensione crescente nel quale il lettore possa finalmente focalizzare un senso escatologico al proprio sforzo di voltare pagina.
Ed è a questo punto che si solleticano le sinapsi del lettore indirizzando la sua attenzione incontro alle nevralgiche digressioni dell’iperbole narrativa, ma niente da fare, fino all’ultimo la sete di compimento viene barbaricamente disattesa.
Ecco perché, egregi Signori della Corte, io vi invito a individuare nella condotta dell’autore, Carlo Sperduti, l’atroce e ignobile misfatto di avere maltrattato con il suo romanzo il povero Tommaso e la sempre dormiente Caterina e la miagolosissima Gnaca dentro le spire centrifughe di una metaletterattura circolare la quale migra secondo formule ridondanti incontro a tutte le possibili speculazioni visionarie del caso.
Il lettore è avvisato: le note rubricali che tempestano il prosieguo della narrazione fungono da segnaletica al percorso di lettura a ostacoli; si tratta, più precisamente, di buchi neri dentro ai quali gravitano, capovolgendosi, i cardini d’ogni convenevole, ed è in questo schizofrenico squarcio bipolare che si pontificano avanguardie millantatrici.
Alla fine quello che noi tutti abbiamo letto è la storia di un tranello, un inganno primordiale, un cavallo di troia, una tela di Penelope, nella quale Tommaso è il solo pretesto escogitato dall’autore per sussurrare al lettore la sua verità ultima, e cioè renderlo aprioristicamente consapevole che lui il romanzo lo ha scritto ma non ne ha colpa, in fondo gli è venuto come gli è venuto, adesso sono cazzi del lettore.

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