Caterina fu gettata

cop caterina

Caterina fu gettata, Intermezzi Editore, 2011

In un mondo scaturito dal sogno di un immortale, in cui si muore un numero imprecisato di volte, Caterina e Tommaso condividono un minuscolo appartamento con la gatta Gnaca.Mentre Caterina lavora al Dolce Bar Nulla, Tommaso perde il suo tempo coltivando, di volta in volta, i sogni della recitazione, della musica, della letteratura, senza ottenere apprezzabili risultati. La loro esistenza scorre tranquilla fino al giorno in cui Tommaso getta inavvertitamente la sua innamorata, innescando una serie di incontrollabili e sconclusionati eventi.

Di seguito alcuni estratti dal libro.

Avvertenza, altrimenti nota come “mettiamo le mani avanti”

Nella narrazione che segue compaiono alcuni termini che non esistono nel mondo di appartenenza del lettore e fanno capolino – si voglia perdonare lo scrivente – due parolacce.
Si consideri che l’universo in cui le vicende sono ambientate differisce da quello cui il lettore è abituato solamente per certi particolari, alcuni dei quali sono indicati, per l’appunto, dai vocaboli cui si è accennato, in ogni caso completamente ininfluenti sulla comprensione del testo. Altre differenze – ma non sono le uniche – consistono nella totale assenza di telefonia mobile – non direttamente chiamata in causa ma inferibile almeno da due episodi e da questo inciso – e in un diverso modus operandi della morte.
Sussistono comunque molte più analogie che differenze, tra le due realtà. Per citarne solo un paio: il Festival di Sanremo e l’idiozia. I motivi e i meccanismi delle discrepanze e i perché dei punti in comune tra il mondo narrato e quello del lettore, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono oggetto di spiegazioni. Come in certe forme di narrazione popolare, è così e basta.
Il lettore sarà libero – e ci mancherebbe altro – di avanzare ipotesi interpretative che facciano rientrare le scelte relative al plot, all’ambientazione e a tutti gli espedienti rintracciabili nella storia in qualche sistema filosofico o religioso, in qualche tesi etica o morale o in qualche poetica letteraria definita, così come sarà libero di individuare, nell’universo e nei personaggi di seguito descritti, metafore o simboli di questo o di quello o di quell’altro ancora. L’autore si sente in dovere, d’altro canto – oltre che di parlare odiosamente in terza persona in queste righe preliminari – di dichiarare che nelle sue intenzioni c’è stata, semplicemente, la voglia di raccontare una storia così come gli è venuta in mente, evitando per quanto possibile “l’approfondimento della psicologia del personaggio”. Vuole inoltre far presente che, a dispetto di ciò che si legge nella quarta di copertina di questo volume, quanto segue non è un romanzo.

PROLOGO PRIMO

Discriminazione

Pur ignorando, per il momento, chi fosse Tommaso, immaginatelo come più ritenete opportuno, poiché non si fornirà alcun particolare sull’aspetto fisico del personaggio. Immaginatelo a gambe incrociate su una delle due piazze di un letto, con un giornale spalancato sulla pagina degli annunci di lavoro a pochi centimetri dal volto, con la schiena appoggiata al muro, un’espressione delusa e indignata a un tempo, illuminato debolmente da una timida abat-jour, in un qualsiasi approssimarsi della mezzanotte
Immaginate poi, sull’altra piazza, una Caterina distesa, stanca e sonnolenta, da poco rincasata dal lavoro, il cui unico desiderio sia quello di farsi prendere dal sonno.
Immaginate, infine, un miagolio prima sommesso e poi sempre più intenso e petulante, proveniente da un punto indefinito dello spazio circostante.
«Ma tu guarda che mi tocca leggere!» cominciò con l’esclamare Tommaso, piccato.
«Tommaso…» fu la risposta biascicata di Caterina, implorante pietà.
«Ci si batte tanto, a questo mondo, per i diritti di questo o quello, – continuò lui senza badare alla tentata interruzione di lei, – si scende in strada contro le discriminazioni razziali, contro quelle sessuali, contro la Chiesa, contro il governo ladro, contro le multinazionali, contro la mafia, contro le riforme dell’istruzione… a tutte le ingiustizie si presta attenzione, alla denuncia di tutte le iniquità si dedica spazio, ma a questa, che è spiattellata ogni giorno, spudoratamente, sotto gli occhi di tutti, nessuno accenna a ribellarsi. Di più: sembra perfino che nessuno ci faccia caso! Mi piacerebbe sapere con quale logica, mi piacerebbe sapere!»
«Tommaso…» ribadì Caterina, con lo stesso tono adottato in precedenza.
«Senti qua – s’infervorò ancor di più lui – “Commesso/a negozio di telefonia specializzato cercasi max 28enne min. exp. no perditempo inviare curriculum con foto”. Oppure… un attimo che cerco… ecco: “Collaboratori PR ambosessi cercasi con proprio giro di clientela per interessante vendita abbigliamento donna. Ottimi guadagni. Astenersi perditempo.” Ma non basta…»
«Tommaso…» fu la nuova risposta di Caterina, tetragona al fervore polemico del compagno.
«… senti qua – tirò dritto Tommaso, dimostrando brillantemente di non aver bisogno di un interlocutore per godere appieno della sua invettiva – questo è il più vergognoso: “Consorzio bancario ricerca figura commerciale per inserimento in organico tempo pieno. Inviare curriculum. Astenersi privi di requisiti. Esclusi perditempo”. Io non ho parole: dice proprio “esclusi perditempo”! Capisci? Non si fanno il minimo problema, questi gran signori che scrivono e fanno pubblicare gli annunci, a utilizzare il termine “esclusi”. Dimmi tu se questa non è discriminazione a tutti gli effetti! Cosa deve fare un perditempo per avere un lavoro… un qualsiasi lavoro? Vogliono forse puntare il dito contro un’intera categoria d’individui per una caratteristica indipendente dalla loro volontà? Vogliono forse far morire di fame milioni di persone? E poi… se uno non avesse a disposizione un bel po’ di tempo da perdere, come farebbe a trovare quello adatto, tra migliaia di annunci? Guarda quanti ce ne sono qui! Si può trovare lavoro senza aver tempo da perdere, secondo te?»
In tutto ciò Tommaso, coinvolto dalle sue stesse parole e dal profondo senso di giustizia che da esse emanava, travolgente al pari di un fiume in piena, si era alzato dal letto e aveva preso a camminare avanti e indietro, gesticolando per accompagnare i passi salienti dell’orazione e consultando di tanto in tanto il giornale, al fine di avallare le proprie audaci tesi con citazioni testuali.
«Tommaso – intervenne un’ultima volta Caterina – fammi un favore: già che sei in piedi, potresti aiutare Gnaca a scendere dal soppalco? Non senti come si lamenta?»

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

Nel cui titolo non vengono riassunti gli accadimenti che vi si narreranno

Le esibizioni dei partecipanti erano state distribuite su varie zone della superficie dell’Ippopodromo, subordinatamente a una classificazione per genere delle proposte di ciascuno. Tale classificazione, come si capirà, rispondeva al più sfacciato esercizio d’arbitrarietà da parte degli organizzatori dell’evento.
Lo spazio antistante la tribuna est era occupato dagli “Artisti che fanno del proprio corpo un’altra cosa”; dinanzi alla curva nord erano invece riuniti gli “Artisti che sfruttano un proprio handicap o un handicap altrui per tirare a campare”; la zona della curva sud ospitava gli “Artisti che utilizzano oggetti non convenzionali a scopi convenzionali”; la tribuna ovest affacciava invece sugli “Artisti che utilizzano oggetti convenzionali a scopi non convenzionali”.
Ogni spettatore era tenuto ad acquistare il proprio biglietto a seconda della preferenza per questa o quella delle quattro categorie sopra elencate.
Tommaso e il signor Gino avevano optato, dopo lunghe disquisizioni, per ammirare dalla tribuna ovest gli “Artisti che utilizzano oggetti convenzionali a scopi non convenzionali”.
Oltre ad essere totalmente priva di logica, questa suddivisione poneva dei problemi d’identità non facili da risolvere: non si capiva, ad esempio, in che senso un oggetto o uno scopo dovessero essere giudicati convenzionali o meno: se, cioè, il termine doveva essere considerato in assoluto oppure, riferendosi all’oggetto, in relazione allo scopo; o ancora, riferendosi allo scopo, in relazione all’oggetto.
In poche parole, prendendo ad esempio uno dei numeri di Sorìbavin: una buccia di banana, giudicata in sé e per sé, è un oggetto convenzionale; messa in relazione con lo scopo di cantare diviene immediatamente non convenzionale, così come lo stesso scopo in relazione alla buccia di banana. Dunque, come fare a stabilire quanto la buccia fosse convenzionale rispetto allo scopo, o quanto lo fosse lo scopo rispetto alla buccia? Le ultime due categorie, insomma, rischiavano di confondersi l’una con l’altra. Erano in molti, infatti, a supportare la teoria secondo la quale si trattava esattamente della stessa categoria. (…)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: